giovedì 6 marzo 2014

"Piena di grazia" o "favorita"?




Ancora una volta ci occupiamo delle traduzioni protestanti della Scrittura. Abbiamo già notato come spesso non seguano criteri scientifici ma piuttosto ideologici. I traduttori evangelici, dei quali l’identità è sovente dubbia se non sconosciuta, infatti non si chiedono quale traduzione sia più consona al lettore per la migliore comprensione possibile del testo: il loro problema è come tradurre in modo da andare contro la teologia cattolica. Lo abbiamo già visto con la parola “tradizione” che viene sistematicamente omessa quando messa in relazione agli apostoli, così che a tutti gli ignari evangelici viene trasmessa incosciamente un’indebita accezione negativa di tutto ciò che è “tradizione” (o meglio, a dire la verità, di ciò che è tradizione altrui).


"Ti saluto, o piena di grazia"

Oggi invece ci concentriamo sulla vexata quaestio della “piena di grazia” di Lc 1, 28. Tra gli evangelici è diffuso il mito che questa traduzione sia il frutto di un errore della Vulgata di Gerolamo, poi trasmessosi a tutte le traduzioni cattoliche successive. In realtà, come dovrebbe essere ormai noto a tutti, gli esperti spiegano che kekaritomène indica un continuato arricchimento di grazia. La traduzione più letterale possibile sarebbe infatti questa:

                 tu che sei stata, che sei e che rimani stabilmente colmata dalla grazia divina.

Non a caso anche la Bibbia Interconfessionale, fatta insieme da studiosi cattolici e protestanti, traduce “colmata di grazia”. Le traduzioni protestanti che invece danno “favorita” (come una prostituta, giusto per confutare il pregiudizio che vuole i protestanti ostili alla Madre del Signore) sono palesemente diminutive e mosse da argomenti non scientifici. Per rendersene conto non c’è bisogno di conoscere il greco, basta un po’ di senso pratico.


Il paradosso di Stefano


Alcuni evangelici, più furbi, invece di puntare sulla traduzione fanno notare che anche di Stefano si dice che fosse “pieno di grazia” (Atti 6,8). Il che è vero, ma in italiano. Perché invece in greco l’espressione è diversa: non kekaritomène ma plères charitos. Cioè pieno di grazia ma senza le non irrilevanti sfumature usate per Maria che sono più difficili da rendere in italiano. Questo però si rivela essere un clamoroso boomerang. Infatti in certi commentari biblici evangelici si legge con indignazione tutta la mitologia sopra descritta: che la traduzione di Girolamo è sbagliata, che la Chiesa la mantiene per giustificare il culto di Maria, la più nera delle idolatrie, che Maria non può essere piena di grazia ecc… Il bello è che la Riveduta (che pare essere la più diffusa) e la Nuova Riveduta rifiutano per tutti questi motivi il “pieno di grazia” a Maria, ma lo concedono tranquillamente a Stefano. Vedere per credere. Com’è possibile che sia un’eresia tradurre con “piena di grazia” il passo evangelico mentre lo si può fare col passo – sempre di Luca – degli Atti? Semplice, perché il primo riguarda Maria: il grande nemico cui nulla si può concedere. Il secondo invece un personaggio minore, per il quale si può tradurre senza secondi fini.


Come volevasi dimostrare.


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Traduzione cattolica di kekaritomène

Piena di grazia (Lc 1, 28)