venerdì 25 ottobre 2013

Giovannino Guareschi e l'egemonia culturale



Giovannino Guareschi, il padre di don Camillo e Peppone, è probabilmente lo scrittore italiano più tradotto al mondo. I suoi romanzi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, russo e perfino in giapponese con continue ristampe. Eppure ben pochi italiani lo conoscono, e molti di questi pochi fortunati sanno solo della saga di Don Camillo (grazie alle intramontabili trasposizioni cinematografiche). Quando Giovannino fu anche molto di più: giornalista, vignettista, umorista. Com’è possibile che accada questo? Diceva Montanelli che l’Italia è un paese senza speranza perché senza memoria. Questo è uno dei casi più significativi della nostra miserevole situazione che ci trasciniamo da decenni.

L’oblio a cui è stato condannato Giovannino, infatti, non è roba recente. Politicamente insopportabile per il Pci e poi anche per la Dc, Guareschi è stato sempre ignorato dalla critica letteraria nostrana in barba al grande riscontro di pubblico. Quando venne a sapere che delle studentesse – dovendo svolgere una tesi sugli scrittori contemporanei - avevano deciso di occuparsi di lui, Giovannino rispose che lasciassero perdere: i critici letterari infatti non lo avevano mai annoverato tra gli scrittori, riconoscendogli solo il titolo di “contemporaneo”. Ecco perché, ancora oggi, l’opera guareschiana è praticamente ignorata dai manuali di testo che preferiscono dare enormi spazi a scrittori molto meno importanti quando non francamente mediocri.

Indro Montanelli, in questa pagina della sua autobiografia, spiega in maniera eccelsa i dettagli di questa grande operazione censoria la cui cultura discriminante è viva oggi più che mai. È il motivo per cui è quasi impensabile nominare un senatore a vita che non appartenga alla intellighenzia di sinistra.

Che i guai degl'italiani non dipendessero dai regimi politici, l'avevo capito da un pezzo. Erano i regimi politici, caso mai, che s'intonavano ai difetti degl'italiani. Così la Liberazione non era ancora completata che la cultura del dopoguerra era già tutta svenduta. E svenduta al Pci. Togliatti sfruttò da maestro le manie epuratrici degli altri partiti, specialmente di quello d'Azione invasato di puritanesimo giacobino, per aggiogare al suo carro coloro che ne erano minacciati. Non li assunse come militanti, ma come “compagni di strada”. E ne fu compensato perché costoro si mostrarono molto più zelanti dei militanti: alcuni dei quali, forti del loro passato, sapevano anche dirgli di no.

I metodi dei comunisti erano quelli della scuola delle Frattocchie, che stava a metà tra il convento medievale e la caserma prussiana. Per prima cosa, dunque, s'impadronirono degli archivi della polizia segreta, del ministero dell'Interno e del Minculpop. Cominciò così il grande ricatto al quale tutti, o quasi tutti, gl'intellettuali italiani si piegarono perché tutti, o quasi tutti, compromessi col regime: che peraltro, in cambio di titoli e prebende, richiedeva al massimo qualche omaggio formale, e talvolta neppure quello.

Togliatti, insomma, invece dell’epurazione fece l'amnistia, e coi relitti del fascismo fraudolentemente legittimati ingrassò il suo partito avendo mano libera perché i democristiani, da buoni palancari, della cultura non s'interessarono affatto Quanto ai renitenti, adottò due tattiche: o l'accusa di fascismo, oppure il silenzio su tutto ciò che facevano o dicevano. Il caso forse più clamoroso fu l'ostracismo dato a Giovannino Guareschi, il cui «Candido›› costituì, insieme al «Borghese››, una delle pochissime voci controcorrente di quegli anni. Il suo Don Camillo è certamente l”opera più significativa dell'immediato dopoguerra. Il pubblico lo comperava a decine di migliaia di copie, lo traducevano persino in giapponese, ma per la nostra critica letteraria non esisteva. Oltretutto quella storia di odio-amore fra un parroco e un sindaco comunista precorreva i tempi. Dentro c'era già l'Italia del compromesso storico, un fatto politico che allora non si sarebbe potuto neppure immaginare, ma che Guareschi con il suo intuito aveva prefigurato.

INDRO MONTANELLI, Soltanto un giornalista a cura di Abate Tiziana, BUR