lunedì 5 agosto 2013

Robinson Crusoe e l'Inquisizione secondo Adriano Prosperi



Se dovessimo esprimere sinteticamente lo stato degli studi sull’Inquisizione, potremmo ricorrere al Robinson Crusoe di Daniel Defoe: Robinson preferiva – racconta Defoe – «essere consegnato ai selvaggi e mangiato vivo piuttosto che cadere negli artigli spietati dei preti ed essere consegnato all’Inquisizione». Oggi probabilmente, se Robinson fosse un buon lettore di studi storici, preferirebbe affidarsi alle procedure dell’Inquisizione, che riterrebbe rigorose ma senza eccessi, piuttosto che non dico ai selvaggi antropofagi, ma addirittura a quei tribunali inglesi di cui la storiografia recente tende a sottolineare gli arbitrii; e non avrebbe comunque nessun desiderio di finire nelle mani di Cotton Mather e di quegli sbrigativi tribunali di Salem nel Massachussetts descritti nell’accurata ricostruzione di Boyer e Nissenbaum.

L’immagine di questo tribunale – o dell’insieme di tribunali, diversamente strutturati, che continuiamo indebitamente a raccogliere sotto un unico nome – si è fatta insomma assai lontana da quella che la storiografia filo protestante e liberale agitava come uno spauracchio.

Adriano Prosperi, L'inquisizione romana. Studi e ricerche, pag. 29