giovedì 29 agosto 2013

L'Inquisizione e la modernità: il problema della rimozione





Dopo aver ricordato con parole toccanti che la storia – sottraendo le vittime all’oblio – ha anche una funzione di risarcimento nei confronti di queste persone condannate per reati d’opinione, Prosperi sottolinea molto opportunamente come molti non siano mossi da intenti altrettanto nobili. Lo storico non poteva immaginare che alla pubblicazione degli Atti sarebbe uscito su Il Manifesto un delirante articolo addirittura peggiore di quello storico sovietico. Gli Atti del Simposio venivano presentati come una conferma della leggenda nera, confidando a ragione sul fatto che nessuno degli sventurati lettori si sarebbe preso mai la briga di leggerlo... ma soprattutto il quotidiano comunista riteneva l’Inquisizione direttamente responsabile di ogni forma di violenza mai apparsa sulla Terra. Gli americani stessi – gli Usa sono sempre stati un paese notoriamente cattolico – avrebbero appreso la loro violenza dai malvagi inquisitori. Non si capiva, però, da chi allora i sovietici fossero andati a scuola di brutalità. Ma questo è un problema che non si pone, visto che anche qui – ancora decenni dopo il crollo del comunismo – non si fa alcun cenno dei crimini del socialismo reale. Non bisogna credere, però, che quello della rimozione a mezzo Inquisizione sia una loro esclusiva. Tutta la cultura moderna usa il passato della Chiesa per rimuovere il fatto che il Cristianesimo sia stato sostituito da una modernità che – promettendo paradisi terrestri – ha portato l’umanità sul baratro dei totalitarismi.

Tutti hanno qualcosa da occultare. L’ateo militante, una volta comunista, si indigna dell’Inquisizione per rimuovere il fatto che i totalitarismi atei abbiano generato mostri al di là di ogni immaginazione. E se i paesi in cui ancora l’ateismo è dominante, come la Cina e la Corea del Nord, non sono esattamente esemplari nei diritti umani come si fa a dare la colpa alla Chiesa? Semplice, c’è sempre l’Inquisizione da rinfacciare. Il protestante, dal canto suo, si indigna per esorcizzare il fatto che –  a dispetto della propaganda – i paesi protestanti siano sempre stati altrettanto intolleranti e talvolta mietendo anche più vittime (basta pensare alle streghe).

Insomma, nessuno è “puro” ma tutti si ostinano a recitarne la parte. E non possono non prendersela con l’unico soggetto storico, la Chiesa, che per definizione si dichiara peccatore e imperfetto. E, quindi, può anche permettersi il lusso di chiedere perdono a Dio per i suoi peccati: cosa, per esempio, quasi impensabile per le chiese protestanti. Con poche eccezioni che riguardano i casi troppo eclatanti, come la richiesta di perdono della chiesa evangelica tedesca per l’essere diventata di fatto una chiesa ufficiale del regime nazista (con tanto di arianesimo dottrinario). Per tutto il resto, una richiesta di perdono solenne e generale minerebbe il fondamento della superiorità morale su cui da sempre si basa il protestantesimo. Per giunta, nessuno sembra politicamente interessato a chiedere loro il conto per un passato che vanta antisemitismo, caccia alla streghe, repressione del dissenso, persecuzioni, fino a veri e propri genocidi (come quello degli USA ai danni dei non predestinati indiani d’America).


Tutto questo induce spesso l’equivoco che solo chi chiede perdono abbia qualcosa da farsi perdonare, mentre gli altri abbiano la coscienza immacolata. Per questo, quando si parla di peccati presenti e passati, la maggior parte della persone mostra di avere una falsa coscienza inculcata da una cultura sottilmente anticlericale e palesemente autoassolutoria.