martedì 28 maggio 2013

L'Unione Sovietica Europea alla scuola di Lenin


Divorzio express e aborti liberi erano i pilastri del programma leninista di aggressione alla famiglia. Una politica misantropa che non poteva non avere come effetto il crollo demografico. L’Unione Sovietica Europea ha appreso bene la lezione e non fa altro che incentivare aborti selvaggi, coppie di fatto, divorzi brevi e brevissimi. Tutte cose che non nascono mai da esigenze reali, dal basso, ma sempre dall’alto. Il risultato è sempre lo stesso: crisi demografica. Bisogna però riconoscere agli euroburocrati di aver  superato Lenin inventando il prodotto più devastante: i matrimoni gay. L’esatto opposto cioè della famiglia naturale, il simbolo dell’infecondità che diventa la decadente bandiera di una civiltà sull’orlo dell’estinzione. 





Tratto da Tempi

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In occasione di un convegno sul tema organizzato presso la Duma di Stato, il professor Vladimir Lavrov, storico dell’Accademia delle scienze, ha presentato un’interessante relazione sul “Ruolo dei bolscevichi nella distruzione della famiglia”. Prima della Rivoluzione – ha spiegato Lavrov – nell’impero russo si registra un incremento demografico al punto che tra il 1861 e il 1917 la popolazione è quasi raddoppiata. Ma già nel dicembre 1917, prima ancora di sancire la separazione della Chiesa dallo Stato, la politica bolscevica colpisce la famiglia tradizionale con i decreti relativi a divorzio e matrimonio civile. Il matrimonio religioso è sostituito da brevi cerimonie civili celebrate presso enti statali e accompagnate da nuove formule: «Promettete voi di seguire la via del comunismo come state facendo ora, agendo contro la Chiesa e le vecchie tradizioni?». Ai novelli sposi viene chiesto di educare i figli alla lotta per la rivoluzione socialista mondiale, e al termine il celebrante «in nome del compagno Vladimir Lenin» dichiara «concluso il matrimonio rosso».

 Il rito religioso non ha più valore per lo Stato, che introduce anche il divorzio basato semplicemente sulla dichiarazione dei coniugi, come spiega Lenin: «Per ottenere il divorzio non occorre un iter giudiziario: questa vergogna borghese è stata completamente abolita dal potere sovietico». Lo Stato è estraneo al formarsi e al dissolversi della famiglia, permette la convivenza e molteplici relazioni familiari contemporanee, sancisce la parità di diritto fra figli legittimi e figli nati fuori dal matrimonio. Nei primi anni del regime sovietico vale la teoria «del bicchier d’acqua»: il matrimonio è soddisfazione dell’istinto, non c’è differenza dal desiderio che ti spinge a bere quando hai sete.

Conseguentemente cresce il numero dei divorzi, delle madri sole e dei bambini abbandonati. Nel 1920 a Pietrogrado il 41% dei matrimoni civili non dura più di sei mesi, il 22% meno di due e l’11% meno di un mese. Nel 1926 a Mosca su 1.000 matrimoni si contano 477 divorzi. Aumenta anche la prostituzione: nel 1921 a Pietrogrado vi sono circa 17.000 prostitute, due anni dopo il loro numero è già di 32.000. Alla metà degli anni ’20 il 90% degli uomini ha avuto rapporti prematrimoniali, e così oltre il 50% delle donne. La famiglia e la maternità diventano valori superati. Nel novembre 1920 la Russia sovietica è il primo Stato al mondo a legalizzare l’aborto. Nel 1926 a Mosca la percentuale di aborti in rapporto alla quantità complessiva di nascite è del 46%, a Leningrado del 42%.


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