lunedì 15 aprile 2013

La parabola calcistica



C’era una volta un uomo che viveva per il calcio, ma era poco portato. Poteva solo guardare le partite, perché in campo non toccava palla e le rare volte in cui gli arrivava la perdeva subito. Un giorno, durante una partita, afferrò il pallone con le mani e lo buttò in porta. Nello smarrimento generale, esultò come un invasato e continuava a segnare gol allo stesso modo. Finchè venne espulso facendolo andare su tutte le furie, perché quello che loro pensavano fosse il calcio era una falsità. Infatti, studiando attentamente le linee del campo, aveva scoperto che le regole che gli erano sempre state insegnate non corrispondevano. La linea dell’area di rigore non delimitava la zona del portiere, era chiaramente una linea invalicabile. Ogni giocatore doveva decidere in quale zona del campo situarsi, e restarci per tutta la partita. E calciare la palla era innaturale, l’uomo fa le cose con le mani. Queste erano le reali intenzioni del fondatore del gioco, travisate dalla Federazione e dagli arbitri compiacenti. Questo spiegava i cambiamenti introdotti nel tempo, come il fuorigioco e altre regole assurde, insieme alle partite truccate e agli scandali legati alle scommesse. Avevano perfino osato toccare il campo da gioco, allargando le porte e sostituendo i pali rotondi con altri rettangolari. Non concepiva che le linee del campo fossero state tracciate in virtù delle regole, e non il contrario.


Cacciato per le sue accuse, pensò di farsi un suo campo per ristabilire il calcio originale. Subito arrivarono gli scontenti e tutti quelli che – per un motivo o per un altro – erano stati squalificati. Ma, passata l’euforia iniziale, sorsero problemi. Infatti altri, studiando le linee, scoprirono altre regole come che chi finisce nella mezzaluna dell’area di rigore viene eliminato (altrimenti sarebbe inutile!), e tutti sanno che il fondatore era un genio. Anche la regola dei 22 uomini venne giudicata falsa, visto l’ampiezza del campo, e quindi il campo era colmo di gente. Ben presto, le partite divennero una rissa di persone con gli occhi stralunati che si ringhiavano tra loro indicando delle linee e graffiandosi per impadronirsi della palla. Un giorno, finita ormai la campagna di denigrazione degli arbitri, molti si presentarono in divisa e col fischietto. Ognuno fischiava quello che interpretava come fallo, ad un certo momento – per imporre ciascuno le sue regole – cominciarono a fischiare tutti insieme.  Quella partita passò alla storia come “la battaglia dei fischietti”: l’eco si sentì a chilometri di distanza, e molti persero l’udito.


In seguito, ogni nuovo arbitro andò a crearsi un suo campo maledicendo colui che primo si era fatto il suo. E ricevendo, in cambio, la medesima cortesia. Così, anche in una stessa città, si arrivarono a costruire decine e decine di campi di gioco. Ciascuno col suo relativo campionato che esprimeva il calcio originale, non un nuovo sport. Il calcio era così svalutato che molti si disaffezionarono, finchè la Federazione – appurato che il calcio era sempre stato quello secondo le regole, grossomodo, e che le linee erano state ideate proprio per esse – ristabilì il vecchio campionato. Quello internazionale, con regole fisse, e un solo arbitro a partita. E molti, stanchi delle risse e delle invenzioni, tornarono ad esso.