martedì 17 luglio 2012

La venerazione dei santi nel Catechismo del Concilio di Trento



Non si oppone al culto dovuto unicamente a Dio la venerazione verso gli angeli e i santi, e neppure il culto prestato alle reliquie che la Chiesa ha sempre riconosciuto come legittimo. Dal fatto che il re vieta a chiunque di presentarsi abusivamente come sovrano ed esige solo per sé onori regali non consegue che sia vietato rendere omaggio ai magistrati del regno.
Ricorre talvolta nella Bibbia l'espressione «adorare», con riferimento agli angeli, ma è chiaro che essa ha un significato ben diverso dal culto di adorazione dovuto a Dio solo. E se talvolta gli angeli hanno rifiutato la venerazione umana, ciò va inteso nel senso che essi hanno voluto con questo gesto ricusare l'ossequio che è dovuto al solo vero Dio.

Viceversa lo Spirito Santo, che pure comanda: Al Re dei secoli corruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli (1 Tm 1,17), prescrive di rendere onore ai genitori e agli anziani (cfr. Es 20,12; Dt 5,16; Lv 19,32).
E del resto nella Bibbia noi vediamo santi patriarchi, fedeli assertori del culto dell’unico vero Dio, adorare i sovrani, ossia inchinarsi in atto di omaggio o di supplica dinanzi a loro (cfr. Gn 23,7-12; 42,6; 1 Sam 24,9).
Se questo onore si può rendere ai re, per mezzo dei quali Dio governa il mondo, a maggior ragione esso sarà dovuto agli angeli, ministri di Dio nel governo della Chiesa e di tutta la creazione, che per dignità superano ogni creatura e che con il loro intervento apportano ogni giorno insigni benefici alle anime e alla vita degli uomini.
Essi sono inoltre legati a noi da immensa carità e, secondo l'espressa testimonianza della Scrittura, effondono continuamente dinanzi a Dio le loro preghiere per le nazioni cui sono preposti e per gli uomini dei quali sono custodi, offrendo le nostre lacrime e suppliche a Dio (cfr. Rm 10,13).
Nel Vangelo Gesù ha comminato terribili minacce per chi scandalizza i bambini, perché i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli(Mt 18,10). Noi li invochiamo appunto perché essi sono sempre al cospetto di Dio, lieti di assumere dinanzi al trono del Signore il patrocinio della salvezza di chi è loro affidato.
Del resto, la Bibbia ha esempi assai significativi di invocazione agli angeli. Giacobbe chiede all'angelo, col quale ha lottato, che lo benedica; lo costringe anzi a farlo, dichiarando che non lo lascerà libero se non dopo averne avuto la benedizione (cfr. Gn 32,24); altrove invoca ancora una benedizione dall'angelo invisibile: L'angelo che mi ha liberato da ogni male, benedica questi giovinetti! (Gn 48,16).
Se ne deduce in modo evidente che l'onore attribuito agli angeli e ai santi, le invocazioni loro rivolte, la venerazione per le reliquie, non solo non diminuiscono la gloria di Dio, ma l'accrescono, accendendo nei nostri cuori la speranza del cielo e lo spirito di una santa imitazione delle loro virtù. L'autorità dei Padri e dei concili ha del resto sempre confermato questa dottrina della Chiesa, splendidamente esposta da san Girolamo (cfr. Contra Vigilantium) e da san Giovanni Damasceno.
Una conferma si trova inoltre nella costante tradizione che la Chiesa ha ricevuto dagli Apostoli, tradizione appoggiata alla chiara testimonianza della Scrittura che celebra apertamente le glorie dei santi. Vediamo infatti che nella Bibbia e Dio stesso a tessere l'elogio di alcuni santi (cfr. Sir 44).

Come dunque potremmo rifiutarlo noi?
Tanto più che i santi sono costituiti presso il trono di Dio nostri intercessori e molti dei benefici che Dio elargisce all'uomo sono dovuti alla Potenza della loro intercessione. Se infatti vi è gioia in cielo per un pecore convertito (Lc 15,7), è chiaro che i santi del cielo si adoperano le loro preghiere per la conversione dei peccatori.
Qualcuno ha affermato che questa intercessione dei santi è perfettamente inutile, dal momento che Dio non ha bisogno di intercessori e di intermediari per recare sollievo ai bisogni dell'uomo. Ma già sant'Agostino ha risposto in modo valido a questa obiezione, osservando che spesso Dio non concede la sua grazia se non appunto per l'intervento efficace di un mediatore che supplica (cfr. In Exodum, 149); e la risposta del dottore di Ippona ha la sua conferma biblica negli esempi così significativi di Abimelek e degli amici di Giobbe, ai quali Dio perdonò le loro colpe solo in seguito alle suppliche e alle preghiere di Abramo e di Giobbe stesso (cfr. Gn 20; Gb 17).
Né se ne può dedurre che il ricorso al patrocinio dei santi sia determinato, in ultima istanza, dalla povertà e debolezza della nostra fede. Il Vangelo dice infatti che il centurione, di cui pure il Salvatore lodò la grandezza della fede, inviò a Gesù gli anziani dei giudei a implorare la guarigione del figlio ammalato (cfr. Mt 8,10; Lc 7,9).
Certo è dottrina di fede che uno solo è il nostro Mediatore, il signore Gesù Cristo, il quale ci ha riconciliati col Padre mediante il suo sangue (cfr. Rm 5,10) e, compiuta la nostra redenzione, è entrato nel santuario del cielo dove non cessa un istante di intercedere per noi (cfr. Eb 9,12), Ma questa dottrina fondamentale del cristianesimo non è affatto contraria al culto e all'invocazione dei santi. Tanto è vero che lo stesso san Paolo, così profondo sostenitore della mediazione unica di Gesù, insiste nel chiedere che le preghiere dei fratelli cristiani, ancora viventi sulla terra, lo soccorrano presso il Signore (cfr. Rm 15,30). Segno evidente che le preghiere dei santi in cielo e l'intercessione dei giusti sulla terra non attenuano affatto la gloria di Cristo mediatore.
D'altronde l'intervento di Dio, che manifesta il suo gradimento con i prodigi operati presso i sepolcri dei santi, è una conferma che a Lui non dispiace la preghiera affidata al patrocinio dei nostri fratelli pervenuti alla beatitudine divina. Miracoli di ogni genere si sono operati, e si operano continuamente, per l'intercessione dei santi. Sant'Ambrogio e sant'Agostino scrivono di esserne stati essi stessi testimoni. Ancora viventi, i santi hanno spesso avuto da Dio il dono di compiere miracoli sulla terra; come non pensare dunque che Dio continui a gradire le loro preghiere e l'offerta dei loro meriti in nostro favore? La Bibbia stessa ricorda il fatto di quel cadavere che, deposto per caso nel sepolcro di Eliseo, al contatto con le ossa del Profeta riebbe immediatamente la vita (cfr. 2 Re 13,21). E questa una dimostrazione perentoria” (Catechismo Romano § 303).


Tratto da Amici Domenicani