domenica 1 aprile 2012

Il canone biblico tra Tradizione e Magistero della Chiesa




108 La fede cristiana tuttavia non è una « religione del Libro ». Il cristianesimo è la religione della « Parola » di Dio: di una Parola cioè che non è « una parola scritta e muta, ma il Verbo incarnato e vivente ». 126 Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ce ne sveli il significato affinché comprendiamo le Scritture (Catechismo della Chiesa cattolica

                                    

Molti evangelici sono convinti che la Bibbia sia qualcosa di scontato, di semplicemente divino che – quindi – è sceso dal cielo. Un po’ come il Corano, in cui l’angelo detta al profeta un determinato numero di sure destinate a diventare la pietra di fondamento della fede islamica. In questo senso l’Islam è una vera “religione del libro”, perché la fede è nata dal quel testo sacro e non esiste senza di esso. Applicare questa realtà al Cristianesimo è a dir poco fuorviante, vediamo perché.


Una religione del libro?


La differenza con l’Islam è evidente, a partire dal fatto che Gesù Cristo – rispetto a Maometto – non ha lasciato nulla di scritto né ha designato qualcuno a scrivere di lui. Gli apostoli non andavano predicando un libro ma un Annuncio di salvezza, un messaggio orale trasmesso tramite tradizione. Il Kerygma, infatti, non è centrato su un testo sacro ma sulla persona di Gesù Cristo. Per questo la Bibbia e il Corano sono due libri del tutto diversi, in quanto il secondo mostra di essere già consapevole del suo ruolo. Mentre nessun libro e nessuna lettera del Nuovo Testamento si considera un testo sacro. Per intenderci, san Paolo non poteva sapere che le sue lettere sarebbero entrate nel canone biblico e le scriveva per altri motivi (la direzione delle comunità da lui fondate). Per questo san Paolo non dice mai di stare scrivendo il  Nuovo Testamento, così come i vangeli non sembrano interessati a stabilire un canone. Nessuno, in quello che oggi è il Nuovo Testamento, ci dice quanti e quali debbano essere i vangeli e i libri del canone in totale. Cioè il Vangelo di Matteo non ci garantisce per quello di Marco, e le lettere di Paolo non ci dicono se sono ispirate quelle di Pietro. Quindi nel Nuovo Testamento non si parla di canone, il problema non si poneva proprio. E quando si parla di Scrittura, gli autori neotestamentari si riferiscono sempre all’Antico Testamento. Tutto il problema del canone è nato dopo, nell’era post-apostolica.

L’errore – tipicamente protestante – di ridurre il Cristianesimo ad una “religione del libro” porta spesso a vere e proprie forme di idolatria nei confronti della Bibbia. Molti evangelici non nascondono più di provare adorazione per il testo, da qui frasi del tipo “la Bibbia è Dio” e “leggi la Bibbia e sarai salvato”. Come se la salvezza stesse nella lettura di un libro e non nell’accoglimento del messaggio salvifico di cui la Bibbia è veicolo. La Scrittura infatti è Parola di Dio, ma in che senso? Non essendo il prodotto di una dettatura ma di un'ispirazione, essa sottintende una mediazione umana. Quindi la Scrittura esige di essere interpretata, non è direttamente Parola di Dio ma lo diventa nella Chiesa. Si può dire quindi che la Parola precede, accompagna e supera la Scrittura: lo spiega molto bene Enzo Bianchi in questo articolo. Il fraintendimento tutto evangelico sulla natura della Scrittura spiega anche il perchè nei passi in cui si parla del Verbo (come nell'esordio del Vangelo di Giovanni) molti non vedono Cristo ma le Sacre Scritture. Equivoco forse alimentato ad arte dalle traduzioni protestanti che invece di "Verbo" riportano proprio "Parola"...


La nascita del canone


Se il messaggio cristiano è stato predicato in forma prevalentemente orale, come si è giunti al Nuovo Testamento? Dopo la morte degli apostoli, i cristiani sentirono il bisogno di fissare il messaggio cristiano in un testo scritto e – in maniera spontanea – si rivolsero a quegli scritti nati nelle cerchie apostoliche. Ovvero ai Vangeli e alle lettere che andarono a costituire il nucleo fondamentale del canone neotestamentario. A questo punto, molti cercano – in maniera anacronistica – di far credere che si sia trattato di un processo lineare. Non è così, per il semplice motivo che si crearono molti canoni differenti tra loro.


Ad esempio, il primo canone noto è quello muratoriano che comprende quattro vangeli (dei quali si ha la certezza solo per quelli di Luca e Giovanni), gli Atti degli Apostoli, le lettere di san Paolo (senza quella agli Ebrei), due lettere di Giovanni e di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni. Questi erano i libri che si leggevano nella Chiesa di Roma alla fine del II secolo. Il nucleo fondamentale è lo stesso del nostro canone, ma ci sono due problemi: le mancanze e le aggiunte. Mancano infatti all’appello le lettere di Pietro, quella di Giacomo, una lettera di Giovanni e una di Paolo. Non è roba da poco, soprattutto se messa in relazione ai libri che per noi non sono canonici. Il canone muratoriano, infatti, accettava anche un’Apocalisse di Pietro e il Pastore di Erma (per quanto riconosciuto come sub-apostolico).

La situazione non cambia di molto se andiamo a guardare i canoni – stabiliti in modo informale – di altre comunità, ad esempio il padre apostolico Ignazio (vescovo di Antiochia) sembra conoscere solo i Vangeli di Matteo e quello di Luca, con sole quattro lettere di san Paolo. Questa tabella su Wikipedia mostra sinteticamente le differenze tra un Padre della Chiesa e un altro (che sono significative rispetto alle comunità di riferimento).

Nella generazione successiva, troviamo Marcione che invece accettava – rielaborando i testi – solo il Vangelo di Luca e dieci lettere paoline (eliminando tutto l’Antico Testamento..). Ireneo di Lione considerava canoniche anche la Prima lettera di Clemente e il Pastore di Erma, così come Clemente Alessandrino, che però vi aggiungeva diversi altri libri (fra i quali la Didachè e l’Apocalisse di Pietro). Origene – oltre alla Didachè, al Pastore di Erma e alla Prima lettera di Clemente aveva anche vangeli poi diventati apocrifi. E si potrebbe continuare a lungo, ma per non essere tedioso propongo anche io uno schema che riguarda gli apocrifi:

Didachè: accettata da Clemente Alessandrino, Origene, Didimo il Cieco, Giovanni Damasceno.
Lettere di Clemente: la prima era accettata da Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene, Didimo il Cieco; entrambe le lettere erano accettate nelle Costituzioni apostoliche, nel Codex Alexandrinus. 
Pastore di Erma: accettato dal Canone muratoriano, Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene, Codex Sinaiticus, Didimo il Cieco, Codex Claromontanus. 
Apocalisse di Pietro: accettato dal Canone muratoriano, Clemente Alessandrino, Codex Claromontanus, per altri – come Eusebio di Cesarea – era un antilegomena (dubbia ispirazione).


E questo riguarda solo gli apocrifi, la situazione diventerebbe ancora più complicata – e confusa – andando a guardare quali libri e quale lettere canoniche erano effettivamente accettate. Mi limito a fare solo un esempio, particolarmente significativo, quale quello dell’Apocalisse di Giovanni che probabilmente non era conosciuta da Ignazio di Antiochia. Fra i primi a considerarla canonica fu san Giustino, insieme al Canone muratoriano mentre era dubbio per Eusebio di Cesarea. Altri, come si vede nel Concilio provinciale di Laodicea e nelle Costituzioni apostoliche, invece rifiutavano del tutto l’Apocalisse (che non figura ancora nemmeno nel Concilio trullano del 692).


La fissazione del canone


A questo punto chiunque è in grado di capire che chi vuole far passare la creazione del canone biblico per un processo lineare e uniforme, vi vuole prendere in giro (o non sa quello che sta dicendo). Ma, soprattutto, ci si dovrebbe chiedere come si sarebbero comportati i protestanti un contesto simile. Essi, infatti, accettano la Scrittura come unica autorità: ma cosa è Bibbia e cosa non lo è? La Bibbia, come canone stabilito, non esisteva nei primi secoli del Cristianesimo quindi è chiaro che c’erano altre autorità: i padri della Chiesa e i vescovi, come successori degli apostoli. E proprio in questa misconosciuta autorità, il canone è nato ed è stato fissato. Tutti i Padri della Chiesa sopraccitati leggevano Bibbie diverse in diversi punti, ma potevano dialogare tra loro perché facevano parte della stessa Chiesa. Condividevano, prima di tutto, le verità di una fede trasmessa oralmente dagli apostoli. E in base a questa Tradizione, giudicavano se questo o quel libro era ispirato oppure no. Fin quando non è intervenuto il Magistero della Chiesa a mettere ordine e a stabilire i paletti. Nello stabilire il canone definitivo, la Chiesa adottò tre criteri:


1-     Apostolicità: gli scritti devono essere degli apostoli o di loro discepoli, nati comunque in una cerchia apostolica.
2-   Ortodossia: gli scritti devono essere conformi alla dottrina trasmessa oralmente dagli apostoli e conservata dalla Chiesa.
3-    Uso liturgico: gli scritti devono essere ricercati fra quelli individuati e letti dalle varie comunità locali, a partire dai primi cristiani.


Questi criteri sono molto ragionevoli, ma erano davvero l’unica scelta possibile? Per noi sembra una cosa scontata, ma allora non lo era. Infatti, non c’era un consenso unanime nemmeno sui Vangeli come dimostra il caso del Diatessaron di Taziano. Il quale, nel secondo secolo, pensò di ovviare alle contraddizioni fra i quattro vangeli – a partire dalle genealogie differenti – fondendoli in uno solo appositamente rielaborato. Quello che per noi può sembrare un’operazione sconsiderata, ebbe anche un discreto successo tanto da portare quasi allo scisma. Oppure, come già detto, c’era chi voleva scegliere solo uno dei quattro vangeli (come Marcione). Poi si sarebbe potuto anche decidere di non stabilire alcun canone, lasciando che ognuno facesse a modo suo. Insomma, i criteri da adottare erano infiniti e potevano sembrare più o meno giusti da persona a persona. L’autorità della Bibbia non si poteva usare, perché non c’era. Quindi intervennero la  Tradizione e il Magistero della Chiesa, com’è chiaro dai criteri stessi.

Il primo canone stabilito solennemente dalla Chiesa è quello del Decreto di Damaso, il De explanatione fidei. Si tratta di una lettera del vescovo di Roma Damaso – quindi del vescovo più autorevole della Cristianità – che contiene il canone con 27 libri, esattamente come lo conosciamo oggi. Canone che fu approvato dal Concilio di Roma, a cui la lettera era indirizzata, del 382 e in seguito confermato nei sinodi nordafricani: Ippona (393), Cartagine (397 e 417). Questa operazione del Magistero ha segnato una svolta fondamentale nella storia del Cristianesimo, fissando il messaggio cristiano nella Sacra Scrittura composta dai libri ritenuti canonici. Una scelta valida per tutta la Cristianità che ha così trovato un saldo punto di riferimento, per i secoli dei secoli, che poi è stato definitivamente sanzionato dal Concilio di Trento. 

Pertanto, viene a cadere anche il mito secondo cui la Chiesa avrebbe semplicemente riconosciuto un canone già bello e pronto. Non è così, ma se anche fosse bisognerebbe comunque ammettere l’importante ruolo della Tradizione. Anche attribuire il canone solo e soltanto allo Spirito Santo, porta in un vicolo cieco. Se infatti quello “riconosciuto” dalla Chiesa è il canone giusto (e abbiamo visto che ha fatto ben di più), allora la Chiesa (che molti evangelici ritengono già a quel tempo irrimediabilmente corrotta, perché fatta di vescovi, concilii e dottrine per loro inaccettabili) è stata ispirata. Per cui l’ispirazione non è più l’esclusiva dei nuovi veri cristiani, ma anche dell’istituzione ecclesiastica che quindi meriterebbe un po’ più di rispetto e di riconoscimento. Ma siccome questo metterebbe in discussione una predicazione dai forti toni anticlericali, si preferisce – di solito – svalutare il problema del canone, liquidandolo in poche semplicistiche e anacronistiche battute.


Un canone a metà?


Una persona, anche la più ignara, quando entra in una libreria e compra una Bibbia (di qualsiasi edizione) trova nel Nuovo Testamento i 27 libri canonici. Ovvero quelli che la Chiesa ha stabilito per lui, anche se è un protestante. I quali, come abbiamo già visto, accettano il canone biblico per tradizione. Altrimenti vorrebbe dire che ogni evangelico ha letto tutti i libri poi diventati apocrifi e, confrontandoli con quelli canonici, si è costruito il suo canone che – guarda caso – coincide con quello del suo pastore. Questo è quello che alcuni vorrebbero far credere, ma ogni persona razionale si rende conto che non è così. Altrimenti come ci sono chiese evangeliche con dottrine differenti, ci sarebbero anche chiese con canoni diversi. Se ogni evangelico dovesse davvero farsi il suo canone, la situazione (vista anche la supponenza che contraddistingue i cosiddetti “nati di nuovo”) diventerebbe molto più confusa di quella dei primi secoli. E, non essendoci un’autorità né una tradizione riconosciuta, non sarebbe possibile venirne a capo. Infatti, se l’evangelico deve obbedire solo alla Bibbia e allo Spirito Santo (o a ciò che lui crede tale) ha tutto il diritto di non farsi dire da altri qual è il canone giusto. Potrebbe anche decidere di non chiuderlo mai, senza che nessuno possa opporgli un passo della Scrittura (nemmeno di quella canonica) per convincerlo.

Quindi, anche il più anticlericale degli evangelici deve la Bibbia – che paradossalmente riconosce come unica autorità – proprio alla Chiesa. E, senza discutere (ma soprattutto senza ringraziare), accoglie il canone neotestamentario. Però la Chiesa, stabilendo quest’ultimo, ha fissato definitivamente anche l’Antico Testamento. Per questo nel Decreto di Damaso ci sono anche i tanto vituperati libri deuterocanonici che l’evangelico è abituato a pensare come degli apocrifi, inseriti malevolmente dalla Chiesa. Qui si crea un paradosso del paradosso: perché questa Chiesa corrotta, apostata e via dicendo ha truccato le carte andando a toccare l’Antico Testamento, quando aveva a disposizione un intero Testamento nuovo di zecca. Che, però, per gli evangelici è quello giusto. Qui si sfata anche il mito che i deuterocanonici siano stati inseriti in età tarda, secondo alcuni addirittura al Concilio di Trento. Libri che nessuno aveva mai letto prima e che una Chiesa, disperatamente bisognosa dei Maccabei, ha inserito in tempi molto sospetti…


Conclusioni


Il Cristianesimo non è una religione del libro, o almeno non solo. E' una religione che ha voluto darsi un libro come punto cardine. Un’operazione che – come la Bibbia stessa, del resto – smentisce che quella biblica sia l’unica autorità. Perché la Bibbia non è piovuta dal cielo, è stata scritta da uomini. La Tradizione ha riconosciuto il nucleo fondamentale dei libri da considerare ispirati, e il Magistero ha fornito la sintesi definitiva limitando il canone ai 27 libri canonici. Escludendo fonti che restano comunque molto importanti e autorevoli, come la Didachè, le lettere di Clemente e quelle di Ignazio di Antiochia. Magari gli evangelici conoscessero veramente questi documenti, comprendendone la portata storica. Si renderebbero conto di essersi creato un Cristianesimo davvero astratto e senza spessore storico. Separando e assolutizzando la Bibbia che – senza la Tradizione e il Magistero della Chiesa – non esisterebbe. Infatti è evidente che non esiste Bibbia (come insieme di libri considerati ispirati) senza Chiesa, mentre la Chiesa è esistita per molto tempo senza quello che poi è diventato la Bibbia. O meglio, la Bibbia è il modo in cui poi la Chiesa ha fissato la Parola di Dio che le è stata affidata. Facendosi garante per quei libri e custodendone il messaggio. E' chiaro, pertanto, che se un'istituzione ha l'autorità per riconoscere e stabilire un canone di libri ispirati - anche in base all'ortodossia - allora ha anche il diritto (e il dovere) di dire quale messaggio essi veicolano. In altre parole, di interpretarli secondo la Tradizione apostolica da cui sono nati.