lunedì 5 marzo 2012

Sui totalitarismi



Questo articolo, come quelli che seguiranno, è tratto dagli appunti di un corso di dottrina politiche tenuto dal prof. Gennaro Maria Barbuto (Federico II). Ho pensato di ricavarne vari interventi, non sono riuscito a riscriverli del tutto quindi è un po’ rimasta l’impostazione iniziale ma credo siano comunque comprensibili.

Si definiscono totalitarismi i tre regimi che, nel corso del XXI secolo, hanno dato vita ad una forma di governo del tutto inedita: fascismo, nazismo e stalinismo. La parola totalitarismo appartiene già al lessico politico del ‘900 e fu quindi coniata dai contemporanei. I fatti sono l’ossatura della storia delle dottrine politiche ma vanno interpretati tramite categorie e concetti poichè non sono mai di facile lettura, non sono univoci. Nel ‘900 le fonti sono il cinema, l’arte, la cultura e la radio. Rispetto alle epoche precedenti, il problema non è la penuria di fonti ma la sovrabbondanza.

Le fonti

I fatti sono di ancora più difficile lettura coi totalitarismi. Bisogna distinguere le fonti del totalitarismo che possono essere soggette a censura e auto-censura. Per i totalitarismi fonti privilegiate sono le memorie, come quelle di Galeazzo Ciano e i discorsi conviviali di Hitler. Le testimonianze sono spesso confliggenti perché i punti di vista sono diversi. Ci sono le fonti del potere e quelle della parte avversa, ma anche le fonti intermedie come la fronda degli intellettuali fascisti che avevano un tono di contestazione. Furono tollerati fino a un certo punto, Omnibus di Longanesi alla fine fu costretto a chiudere. Ci sono le fonti ambivalenti, difficili da catalogare. Oppure le fonti di istituzioni non fasciste come la monarchia, la Chiesa, l’esercito tedesco.

La nascita del termine

Ad accorgersi della diversità di questi nuovi regimi, furono Giovanni Amendola, don Sturzo e Lelio Basso. Il primo fu Amendola che nel ’23 scrisse un articolo sul giornale liberale “Il Mondo” usando il temine “totalitario”, dopo che alle amministrative il fascismo aveva presentato sia la lista di maggioranza sia quella di opposizione. Qui nacque l’aggettivo, il termine poi si sviluppò per indicare un sistema politico che vuole catturare le coscienze; un sistema che non si colloca tanto sul piano amministrativo-istituzionale ma su quello mistico-religioso. È un regime che si interessa della totalità della società e della persona, differenziandosi quindi nettamente dall’assolutismo. La società liberale è basata sulla divisione fra coscienza e comportamento (interno-esterno), per cui le leggi si occupano solo del secondo aspetto. Il Leviatano di Hobbes non è totalitario perchè è vero che c’è la religione di stato e sono vietate le manifestazione pubbliche di dissenso, ma lo stato si ferma al foro interiore. Si può essere cattolici a casa propria a patto di non fare proselitismo. Il totalitarismo invece non conosce questo limite, vuole forgiare una nuova coscienza per un uomo nuovo.

Il concetto di totalitarismo nella storiografia

In un interessante libro di Enzo Traverso, intitolato Il totalitarismo, viene ripercorsa la storia del concetto a partire dalla sua nascita in ambito antifascista. Nel primo periodo individuato dallo storico (1923-33) il concetto di totalitarismo – nonostante fosse usato da personaggi dello spessore di Amendola e Sturzo – mantenne uno statuto marginale. Infatti, il nuovo termine portava di per sé ad un imbarazzante confronto fra il fascismo e l’Unione sovietica che allora era ancora ritenuta da molti come il baluardo della libertà. Anche in seguito, nel periodo 1933-47, quando il concetto di totalitarismo venne fatto proprio dalla cultura antifascista, il confronto con l’Urss veniva evitato quasi da tutti. Soprattutto negli anni della guerra, anche chi non si faceva più illusioni sulla liberalità del regime sovietico usava il termine totalitarismo solo nei confronti di fascismo e nazismo. L’Unione sovietica era comunque l’alleato indispensabile nella guerra contro il nazismo, nonostante lo shock provocato dal patto Molotov-Ribbentrop del ’39 che fu solo parzialmente superato dalla successiva aggressione tedesca del ’41.

Dopo la guerra invece, nel periodo 1947-68, il concetto di totalitarismo venne applicato solo al comunismo sovietico. Il totalitarismo divenne una vera e propria arma ideologica che serviva da legittimazione alla politica occidentale. Secondo Traverso, l’assoluta simmetria creata tra stalinismo e nazismo aveva lo scopo di omettere la specificità storica di quest’ultimo: l’Olocausto. Quasi come una forma di compensazione per il ruolo svolto dalla Rft in senso anticomunista. Nonostante l’uso ideologico, è proprio in questi anni che però il concetto di totalitarismo trova finalmente una definizione sistematica con le grandi opere di Talmon, Anna Arendt, Friedrich e Brzezinski. Opere poi diventate classiche e che ancora oggi mostrano tutta la loro attualità.

A partire dal ‘68, infine, molti storici iniziarono a mettere in discussione la legittimità e l’utilità del concetto di totalitarismo anche per la dimensione ideologica che aveva assunto. Il dibattito si spostò dalla comparazione tra fascismo e comunismo alla Shoah. Tuttavia, nessuno è riuscito a proporre un concetto alternativo per definire i nuovi regimi comparsi nel ‘900. Per questo secondo Traverso (che scrive nel 2002), il concetto di totalitarismo ha un destino paradossale: da un lato è inutilizzabile perché facilmente soggetto alla strumentalizzazione ideologica e rischia di mettere in evidenza solo i punti in comune dei regimi totalitari; dall’altro è però insostituibile perché serve a classificare una forma politica che non ha analoghi nel vocabolario politico classico. Anche per questo oggi si preferisce parlare di totalitarismi, in quanto la declinazione al plurale permette di analizzare sia le somiglianze sia le differenze tra fascismo, nazismo e stalinismo.

Male assoluto o male storico?

Ci sono due errori riguardo i totalitarismi. Il primo sta nel considerarlo un male assoluto che però è una categoria teologica, come se fosse stato un male inevitabile e non un male storico con delle cause. Il secondo è invece di vederli come bande di criminali che tenevano in ostaggio milioni di persone (come diceva Pasolini), quando invece erano profondamente radicati. Entrambi gli errori sono auto-assolutori, entrambi fanno credere che non fosse possibile una reazione. Quella dei totalitarismi, infatti, è una storia di tre popoli e non di tre partiti. Leggi anche: 

I totalitarismi e le tre forme monocratiche di governo 


Sulle caratteristiche dei totalitarismi