mercoledì 7 marzo 2012

I totalitarismi e le tre forme monocratiche di governo




I totalitarismi sono del tutto diversi dalle tre forme politiche classiche: tirannide, dispotismo e dittatura. Alcuni pensavano che il fascismo fosse solo una tirannide moderna ma, in realtà, l’Italia fu il laboratorio politico di una nuova forma di governo. Il totalitarismo ha senza dubbio una parentela con le tre forme monocratiche di governo ma ne rappresenta anche il superamento.

1-     Tirannide

È la forma monocratica più antica, risale alle poleis greche e all’inizio aveva un’accezione positiva. Il tiranno era espressione dei ceti popolari che proteggeva contro la nobiltà. Solo dopo, dai Pisistrati in poi, divenne negativa. Ma fu Aristotele a dare una definizione di precisa della tirannide. Nella definizione classica dello Stagirita, il tiranno è colui che non governa per il bene comune ma solo per il suo interesse e che domina con violenza. Per Aristotele, la tirannia era particolarmente grave perché per lui la politica era l’arte che consente di realizzare l’entelechia, l’espressione della natura dell’uomo che è un animale politico (fu san Tommaso, in seguito, a tradurre come animale socialem et politicum). Per questo solo gli dei e le bestie vivevano fuori delle poleis. L’entelechia è il fine, perciò la politica è l’arte più nobile e il tiranno il traditore degli uomini.

Nel Medioevo Bartolo da Sassoferrato, esperto di diritto e consigliere del comune di Perugia, scrisse un’opera sulla tirannide in cui articolò il concetto di tirannide con termini che poi ebbero fortuna. Individuò infatti due forme diverse:

1-     Tirannus ex defectu tituli: per difetto di titolo, usurpazione.
2-    Tirannus ex parte exerciti: principe legittimo che esercita il potere tirannicamente, è tiranno per esercizio e non per titolo. Come Nerone, sono cose che Aristotele non aveva potuto pensare.

Nel ‘500 la tirannide venne ripensata in base allo sconvolgimento degli assetti politici. Etienne de la Boetie, umanista francese vissuto a Bordeaux e noto grazie a Montaigne di cui era amico fraterno, scrisse all’età di trent’anni l’opuscolo intitolato Discorso sulla servitù volontaria. Montaigne gli pubblicò le poesie ma non il discorso per prudenza ( c’erano le guerre di religione). L’opuscolo fu poi pubblicato postumo dagli ugonotti che volevano strumentalizzarlo, tanto che Montaigne prese nettamente le distanze dalla pubblicazione clandestina (per giunta anonima). Ad ogni modo, secondo Etienne de la Boetie il tiranno è espressione di un consenso popolare, non c’è infatti solo il terrore ma anche una componente psicologica. In Italia lo fece capire Renzo de Felice nella biografia di Mussolini che suscitò scandalo e reazioni isteriche. L’apice del consenso al fascismo si ebbe con la vittoria in Etiopia. Etienne scoprì che la tirannia si legge sulla libido serviendi che è il contrario della libido dominandi. Per gli umanisti il tema del libero arbitrio era centrale ma ci sono queste due forme contrastanti di desiderio. Servendo si guadagna perché si entra nell’entourage del potere, il tiranno deve elargire favori per assicurarsi una base sociale. Inoltre dà tranquillità, il tiranno lascia fare se non dai fastidio e garantisce la tranquillità economica. Per Etienne la libertà è responsabilità, il tiranno leva i pesi in cambio di una coscienza fittizia. Il tutto dura finchè la prosperità economica è garantita ma l’anima umana è sempre sede di questo conflitto.

Gli ugonotti, in seguito alla strage di san Bartolomeo (agosto 1572) per ordine della regina Caterina de’ Medici, diedero una nuova definizione di tiranno. La libellistica ugonotta cominciò a considerare il tiranno come colui che calpesta la mia fede. Caterina divenne un idolo polemico a cui si aggiungeva il fatto che era italiana e fiorentina e quindi allieva di Machiavelli: il maestro dei tiranni.

A metà del ‘600, fu Hobbes ad occuparsi di nuovo del concetto di tirannide in un’operetta successiva al Leviatano intitolata Behemoth (1651). È un altro mostro biblico ma è il cattivo, mentre il Leviatano è il buono. Sono gli anni della rivoluzione inglese e Hobbes dà la colpa alle università, quindi Oxford e Cambridge, perché si insegna Aristotele e la differenza fra tiranno e uomo politico. Personaggi come Bruto sono presentati come eroi. Ma pretendere di decidere chi è tiranno e chi no è un attentato al potere. Il Leviatano può anche essere rappresentato dal un parlamento, non conta la forma di governo perché è semplicemente colui che detiene il potere. Prima c’era lo stato di natura della guerra di tutti contro tutti, in questo stato di natura ipotetico tutti godono di libertà illimitata. Si esce da questo stato per la paura della morte, si fa un patto per trasferire il potere allo Stato che garantisce la vita e la pace. Quando questo avviene, i sudditi perdono ogni diritto di dire chi è tiranno, altrimenti si cade in contraddizione. Quindi la tirannide non è proprio concettualizzabile, l’unico caso limite è quello in cui il Leviatano non garantisce più la pace e la vita. Lo Stato ha un potere assoluto ma non entra nel foro della coscienza.


2-    Dispotismo:

Tirannide e dispotismo vengono spesso associati se non fusi, ma il termine despota ha una nascita diversa. Nasce nell’antichità, nella Politica di Aristotele, riguardo alle guerre persiane dove i greci avevano difeso la libertà contro il despota straniero. Mentre il tiranno è greco ed è la degenerazione della monarchia, il despota è orientale. È una forma legittima di governo ma per popoli inferiori che non sono naturalmente portati alla libertà. Il despota è padrone assoluto di un popolo che non si sa governare, ma il concetto di dispotismo non ha una continuità teorica nella storia né un’autonomia semantica e concettuale propria.

Montesquieu riprese il dispotismo ne Lo spirito delle leggi, anche per lui era tipico dei popoli orientali e basato sulla paura. Forse qui c’è un eco di Machiavelli il quale aveva capito che la Francia era uno stato forte per la sua libertà. Il potere del re aveva come contraltare quello dei parlamenti (alti corti di giustizia) e l’alta nobiltà. C’era dialettica mentre l’impero turco era dispotico, il despota era padrone assoluto della vita e delle proprietà. Nel ‘700 si ebbe il dispotismo illuminato con l’assolutismo guidato dai filosofi. Robespierre, nella fase più cruenta della Rivoluzione francese, diceva che il terrore è il dispotismo del popolo.

Il dispotismo, inoltre, venne associato ai totalitarismi negli anni ’50 da Witt Vagel, in particolare a quello sovietico. Perché la Russia viene considerata come non europea, con un governo su grandi territori e un grande apparato burocratico. Lo stesso per indiani e cinesi, ma così non spiegano le origini del comunismo sovietico che in realtà è storia dell’Europa orientale.


3-    Dittatura:

E’ un termine ancora più ambiguo, a differenza degli altri non nasce nel mondo greco. È un termine romano nato fra VI e V sec. a. C. Era l’unica magistratura senza carattere collegiale e veniva usata in caso di pericolo interno o esterno. Machiavelli ne fece un grande elogio e la prese a modello per la rapidità di azione del principe che deve applicare immediatamente le sue decisioni. Il dittatore aveva potere decisionale ed esecutivo ma era ad tempus, non poteva restare in carica più di sei mesi. Era eletto dal Senato su proposta di uno dei due consoli ma non sospendeva le altre magistrature. Non provocava un vuoto di potere ma aveva imperium et potestas, dove il primo rappresenta ’auctoritas che è la fonte della seconda. Il dittatore si avvaleva di un magister equitum in caso di guerra, era un tecnico militare. Entrava in città con 24 littori mentre i consoli ne avevano dodici ciascuno. Potevano portare le verghe fasciate e le scuri che rappresentavano il potere militare, mentre gli altri potevano portarle solo fuori il pomerium. Stava a indicare che il dittatore aveva il potere militare e politico sia dentro sia fuori Roma. La dittatura decadde dopo il IV/III secolo e fu fatta rinascere da Silla ma in senso eversivo. Infatti la sua dittatura non aveva l’obiettivo di salvaguardare l’ordine ma quello di crearne un altro. Infine, negli ultimi anni della Repubblica, Cesare fu nominato quattro volte dittatore per poi divenirlo a vita. Nella Roma arcaica il dittatore poteva essere eletto anche per svolgere un rito che solo lui poteva fare, come fissare un chiodo nel tempio come segno di buon augurio. Quella romana era una religione ritualistica dove le formule erano importanti.

Nel Medioevo la dittatura è invece tutt’altra cosa. E’ un notaio, uno studioso di retorica. Nel mondo comunale il dictator scriveva le epistole ufficiali.

La rinascita politica della dittatura si ebbe con Machiavelli nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, se lo stato rischia la ruina dall’interno o dall’esterno bisogna affidarsi a uno solo: il principe. Non c’è contraddizione fra Il Principe e i Discorsi, perché il primo serve per i casi di emergenza. Firenze in effetti sopravvisse con il principato dei Medici, Machiavelli vedeva nella dittatura romana l’archetipo del potere nell’emergenza.

Carl Smith distingueva due tipologie: dittatura commissaria e sovrana. Il dittatore romano e l’intendente di età moderna sono dittatura commissaria mentre quella sovrana nasce con la Rivoluzione francese e ha la sua massima espressione con la Rivoluzione d’ottobre. Anche se la sovrana ha un precedente in Silla perché lo scopo era la rivoluzione e non la salvaguardia, con un potere costituente. La dittatura ebbe poi l’elaborazione di Marx e di Lenin. Fu Marx a coniare il concetto di “dittatura del proletariato” che però era senza organizzazione partitica e costituiva una fase transitoria al comunismo. Concepiva lo Stato capitalista come comitato d’affari della borghesia, una finta democrazia che in realtà è una dittatura della borghesia in cui tutto è una sua espressione.

Lenin era un filosofo, il padre era laureato in matematica ed era ispettore scolastico e consigliere di stato. Anche la madre era colta, apparteneva a una famiglia vicina alla gerarchia zarista. Invece la madre d Stalin era lavandaia e il padre ciabattino, era un ubriacone che lo picchiava. In Che fare? e in Stato e rivoluzione Lenin parla della sua concezione di dittatura del proletariato come fase del potere straordinario del partito che è avanguardia e guida del proletariato. Solo col partito esso può prendere coscienza autocritica, con i professionisti della rivoluzione. Lenin voleva una rotazione continua del potere, in modo che alla fine anche le casalinghe avrebbero potuto stare alla guida. Per Stalin lui era davvero una guida ma creò invece una casta. In Lenin non c’è spazio per il foro della coscienza, bisogna creare l’uomo nuovo. Per questo le religioni erano perseguitate e la famiglia dello zar fu sterminata, per rimuovere il passato.

Oggi il termine dittatura viene usato per i regimi politici non totalitari come quelli di Pinochet, di Franco e dei Colonnelli argentini. Si basano sul potere di un dittatore o di un comitato che esercita il suo dominio con violenza, sono forme monopartitiche che non concedono libertà ma non vogliono creare l’uomo nuovo.   


Conclusioni

Quindi, il totalitarismo non è assimilabile alle monocrazie, anche se c’è comunque una parentela. Molti credevano che il fascismo fosse una riedizione della tirannide, l’assimilazione delle cose nuove a quelle che già si conoscono è un approccio mentale tipico di fronte alle novità. Solo i più grandi intellettuali si resero conto di trovarsi di fronte qualcosa di assolutamente inedito. Anche il paragone con l’assolutismo classico è improprio, perché il sovrano assoluto è sciolto da ogni vincolo, dalle sue leggi e da quelle precedenti, ma non ha un potere arbitrario. Ci sono le leggi di Dio e quelle di natura, deve rispettare costumi nazionali come quelli della legge salica e l’impossibilità di vendere territori. Il sovrano assoluto disciplina i comportamenti, ma non ha potere sulle coscienze.