giovedì 7 luglio 2011

La fortuna e le virtù nel De maiestate di Giuniano Maio



Oggi pubblico una relazione che ho presentato ad un corso seminariale per l'Università. Oggetto della mia ricerca è stato il tema della fortuna nell'opera di un umanista napoletano del '400, Giuniano Maio. Un autore minore noto a pochi ma che all'epoca ricoprì un ruolo di una certa importanza. Quindi lo stile di questo post è, per forza di cose, molto diverso da quello solito del blog ma spero che risulti comunque chiaro a chi abbia voglia di leggerlo



Il De maiestate di Giuniano Maio[1] appartiene al genere letterario della precettistica che ricoprì un ruolo molto importante negli stati italiani del ‘400. Dopo la pace di Lodi, infatti, la penisola godette di un periodo di relativa stabilità destinato ad infrangersi solo con la discesa di Carlo VIII del 1494. Questa fase di stabilità permise agli stati italiani di concentrarsi sui rapporti interni, in particolare sui problemi di legittimità del potere politico. Come notato da Guido Maria Cappelli, in questo processo la trattatistica[2] – composta perlopiù da opere nate, non a caso, in seno alle corti italiane – ebbe un ruolo cruciale. Tanto da creare «una collaborazione fattiva tra la classe intellettuale umanistica e i gruppi al potere»[3], una sinergia fra potere e sapere che si sarebbe ripresentata solo all’epoca dell’Illuminismo[4].

Nel Regno di Napoli, in particolare, i problemi di legittimità erano acuiti dal recente insediamento della dinastia aragonese per mano di Alfonso d’Aragona. Si trattava, quindi, di un nuovo dominio instauratosi per giunta dopo una lunga guerra contro gli Angioini e che – dopo la morte del suo fondatore – non mancò di sollevazioni. Infatti Ferrante, a cui è dedicata l’opera di Maio, vide contestata la legittimità della sua successione in quanto figlio illegittimo e dovette affrontare le forti resistenze feudali che sfociarono nelle due grandi sollevazioni baronali. Il De maiestate di Giuniano Maio ha quindi, nonostante le promesse di obiettività espresse nel primo capitolo, un carattere chiaramente apologetico se non panegiristico. Ferrante, infatti, è presentato come il monarca perfetto che ha permesso all’autore di vedere con i suoi occhi l’incarnazione della maestà che ora può trattare con cognizione di causa. Il riferimento a Ferrante non è limitato al primo capitolo che funge da introduzione, ma continua per tutta l’opera presentando – alla fine di ogni capitolo – un esempio dato dal sovrano della virtù trattata.


La fortuna e la “fortitudine”



Anche per questi motivi, l’originalità e la “modernità” di Maio sono stati messi molto in discussione. Per Franco Gaeta, secondo cui l’interesse del De maiestate non sta tanto nei contenuti ma nel fermento di una nuova vita intellettuale da scoprire sotto «l’involucro dell’adulazione»[5], solo nelle pagine dedicate al tema della fortuna si registra una maggiore vitalità. Gaeta parla, infatti, di pagine che «hanno una forza particolare ed assumono un andamento più vigoroso del solito e più serrato»[6] anche se «non si va oltre i limiti d’un precetto esemplato alla scuola di Seneca, lo stoico, e di Cicerone»[7]. Al tema della fortuna Maio dedica specificamente il sesto capitolo intitolato «De la fortitudine contra la fortuna». L’intento è, infatti, di mostrare il rapporto fra la sorte e le virtù del principe. La prima virtù da opporre all’instabilità della fortuna è proprio la “fortitudine”, la quale si sostanzia della “franchezza de core” – trattata nel quarto capitolo – e della costanza nella doppia accezione “de non inflarese” e di “non insuperbire” descritte, rispettivamente, nel capitolo precedente e in quello immediatamente successivo. In questi quattro capitoli, come nel resto dell’opera, Maio fa un uso abbondante di citazioni latine dirette e indirette. L’autore più menzionato è Cicerone e proprio con una citazione dell’Arpinate troviamo, nel capitolo quinto, la prima definizione di fortuna come «dea legiera et imbecille»[8]. All’inizio del sesto capitolo, Maio presenta una più articolata definizione dove la fortuna è una

incerta e insidiosa combattitrice de la quale chi più se fida più ingannato e più deluso resta e de la quale chi più se fida più alcuna volta senza merito de virtute più opulento ed esaltato è[9].

Subito dopo l’umanista si appoggia a due citazioni indirette di Cicerone, riprendendo passi del De divinatione e dell’Academica:

Et imperò bene e dottamente Tullio dice che cosa è fortuna dicendo che non è altro che varietà e fallimento fore de nostro proposito e non per natura. Et in altro libro de sapienza dice fortuna essere nominata perché fa multe cose a la improvisa fore de nostro consiglio e pensamento, del che noi ignorando le cause per loro oscuritate, da noi è nominata fortuna[10].

Questa prima definizione di fortuna, Maio la riprende dal secondo libro del De divinatione in cui però l’argomento principale è la validità delle predizioni. In polemica con Crasippo, Cicerone nega la loro affidabilità con qualunque mezzo esse vengano ottenute. Infatti se alcune si sono rivelate esatte, molte di più hanno fallito. In questo contesto si trova il rapido accenno alla fortuna che Maio usa:

Quid est perspicuum? "Multa vera" inquit "evadere." Quid quod multo plura falsa? Nonne ipsa varietas, quae est propria fortunae, fortunam esse causam, non naturam esse docet[11]?

Segue poi un’altra citazione indiretta, questa volta della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, dove la fortuna viene descritta come una «dea media» fra il bene e il male. Si legge infatti che

la umana mortalitate, intra due sentenze de bene e de male, ave trovata una dea media la quale fa incerta e manco clara la nostra creduta fide de lo compreso dio per coniettura. Imperò che per tutto lo mundo et in onne loco et in onne ora da la universale voce de ciascheduno sola questa fortuna è invocata, sola è nominata, sola è accusata e biasimata, sola è tenuta rea e debitrice, sola è laudata, sola è ripresa, suo culto, sui sacrifici sono con iniure e contumeliosi maleditti. Questa è diffamata per volubile e da multi è tenuta cieca, vaga, inconstante, incerta, varia, favoritrice de chi non la merita[12].

Maio si riferisce qui ad un passo del secondo capitolo dell’opera di Plinio il Vecchio, riportandone in modo abbastanza fedele il pensiero:

Invenit tamen inter has utrasque sententias medium sibi ipsa mortalitas numen, quo minus etiam plana de deo coniectatio esset. toto quippe mundo et omnibus locis omnibusque horis omnium vocibus Fortuna sola invocatur ac nominatur, una accusatur, res una agitur, una cogitatur, sola laudatur, sola arguitur et cum conviciis colitur, volubilis ....que, a plerisque vero et caeca existimata, vaga, inconstans, incerta, varia indignorumque fautrix. huic omnia expensa, huic feruntur accepta, et in toto ratione mortalium sola utramque paginam facit, adeoque obnoxiae sumus sortis, ut prorsus ipsa pro deo sit qua deus probatur incertus[13].

Maio sviluppa poi il drammatico riconoscimento di Plinio della sudditanza dell’umanità nei confronti di una forza così misteriosa, ribadendo che la fortuna esercita sulla vita dell’uomo un potere del tutto arbitrario tanto che «da questa tenemo per receputi tutti li caduchi e mundani beni»[14]. Quindi, l’uomo armato di virtù che si ribella alla Fortuna compie un’opera più divina che umana ma necessita di essere armato «de fermo consiglio, corassa de fortezza e de pazienza scuto»[15].

L’umanista riporta poi due lunghe citazioni di Seneca (le uniche dirette del capitolo) tratte dall’Epistola XCI e da una non identificata lettera a Lucilio. In questi passi «lo pittore della nostra vita»[16] parla della fortuna come una forza «dissoluta e sfrenata»[17] che si prende gioco del mondo. Una Fortuna che, a differenza di quanto riportato prima con Plinio, non fa differenze di persone perseguitando tutti indistintamente. La Fortuna, quindi, non risparmia «li gran palazzi»[18] e non perdona «li sacrati templi né manco a la venerata religione»[19]. Si tratta di una forza puramente distruttiva, per questo si legge che

O dissoluta e sfrenata fortuna, che giochi e ludibri sono questi che già ti fai de le mundane cose! [...] Tu sola con tua dismesurate forze de cose forte sì abbattitrice, le cose ferme sola adebeliscie, le eminente et elevate al cielo con tua insania ira le destrui, tu le cose preziose aviliscie; le cose belle tu diventi brutte, a le cose perpetue dài fine, a le potente disfazione[20].

In questa citazione, Maio rielabora concetti espressi da Seneca nel De consolatione e nell’Epistola XCI. Dalla prima riprende alla lettera l’espressione «Fortuna impotens, quales ex humanis malis tibi ipsa ludos facis!»[21] con cui inizia la citazione che però è seguita da un discorso aggiunto ex novo dall’autore. Dell’Epistola XCI, dedicata alla distruzione di Lione per un incendio, Maio riprende – molto alla lontana – qualche brano:

Quid enim est quod non fortuna, cum voluit, ex florentissimo detrahat? quod non eo magis adgrediatur et quatiat quo speciosius fulget? Quid illi arduum quidve difficile est? [5] Non una via semper, ne trita quidem incurrit: modo nostras in nos manus advocat, modo suis contenta viribus invenit pericula sine auctore. […] Enumerare omnes fatorum vias longum est. Hoc unum scio: omnia mortalium opera mortalitate damnata sunt, inter peritura vivimus[22].
  
Prosegue l’umanista dicendo che «lo omo constante e magnanimo» non solo non si sottomette alla fortuna ma la provoca e la sfida, come Seneca raccomanderebbe a Lucilio:

Che fai, che cessi o temeraria fortuna? perché non veni a combattere meco? Ecco che me vedi apparichiato e pronto; disposto io so’ de fare prova de la mia pazienza e de la tua iniura la quale certo mai la vincerai[23].

La parte teorica del capitolo si conclude con altre due citazioni indirette di Cicerone, questa volta tratte dal De finibus e dalle Tuscolanae disputationes. In entrambe Maio insiste sulla centralità della grandezza d’animo come «principessa de le virtute» in grado di contrastare la fortuna. Infatti

fa lo omo de tanto eccelso animo che tutti casi li quali possono accadere sinistri et asperi non de fa estimare ma le fa tenere a vile e da niente […] subietta a nullo, austera e forte contra tale commune avversaria nominata fortuna [24].

Nel passo usato da Maio, Cicerone collega alla grandezza d’animo l’importanza dei precetti dei filosofi:

Ex quo magnitudo quoque animi existebat, qua facile posset repugnari obsistique fortunae, quod maximae res essent in potestate sapientis. Varietates autem iniurasque fortunae facile veteres philosophorum praeceptis instituta vita superabat [25].

Il capitolo si conclude, come sempre, con un esempio pratico. Singolarmente, però, l’exemplum non riguarda direttamente la virtù a cui è dedicato il capitolo – la  “fortitudine” – trattandosi invece di un gesto di “franchezza”. Una scelta forse dovuta anche al fatto che un esempio di “fortitudine” si trova già a conclusione del lungo primo capitolo dove viene trattata in modo esteso la “maiestate”. Ed è proprio qui che si trova una definizione precisa, ripresa dall’Etica nicomachea, di questa virtù:

è mai non se accettare per vinciuto al nimico, né per insulto de la iniusta fortuna mai se arrendere. Ne la quale prima condizione meritatamente se può alleg[r]are la tua insuperabile virtute et invitta celsitudine contra li multi insulti de fortuna, contra lo Stato e contra la regale corona e contra la persona[26].
 
Quindi, già nel primo capitolo la “fortitudine” appare come la virtù da opporre alla fortuna (termine che ricorre qui per ben due volte in poche righe), oltre che come una qualità essenziale della maestà. L’esempio riportato da Maio, ad ogni modo, è il noto agguato teso da Marino Marzano ai danni di Ferrante il 30 maggio 1460. L’umanista insiste sulla superiorità numerica dei nemici, che Ferrante avrebbe messo in fuga da solo (e non grazie anche al soccorso dei suoi), per affermare la superiorità della virtù la quale – anche in inferiorità numerica – può facilmente avere ragione della “multitudine”[27]. Ma la vera sconfitta dell’episodio è la fortuna:

Alora certo la fortuna fece de tuo valore e de sua temeritate l’ultime prove, la quale, credendose de te voltare in fuga, con sua vergogna te voltò le spalle [28].


La “franchezza de core”



Come accennato, l’esempio conclusivo del sesto capitolo è un «intrepido e meraviglioso gesto di tanta franchezza de animo che forsi a pochi sarà credibile»[29]. Si tratta di un episodio che sarebbe avvenuto durante il terremoto del 1456, in cui Ferrante continua la preghiera incurante delle scosse mentre tutti fuggono e anche il sacerdote lascia l’altare. Ferrante si mostra così coraggioso da non mostrare alcuna paura non solo nel comportamento ma anche nelle espressioni facciali[30]. È significativo che Maio scelga di usare come esempio di resistenza ai casi della sorte un gesto di “franchezza de animo” che, come detto sopra, è una delle virtù che il magnanimo deve opporre alla fortuna. Non a caso, l’umanista napoletano dedica alla “franchezza de core” un capitolo precedente – il quarto – in cui questa virtù è presentata come il requisito indispensabile per il compimento delle grandi imprese. È una virtù che impone di

non estimare né de li laboriosi affanni la gravezza, né sbegottirese de pericoli de povertà né di morte né da qualunca minaccio de la temeraria fortuna. Imperò che lo officio del magnanimo e senza timore securo si è ne li affanni essere perseverante e infatigabile, ne li pericoli franco et audace e contra la fortuna forte e constante[31].

Il collegamento della “franchezza de core” alla fortuna è evidente già dal principio del capitolo, in cui quest’ultima compare due volte. Ma ci sono altri due temi strettamente legati alla virtù della franchezza e che ricorrono spesso nel De maiestate: la gloria e la morte onorata. Il magnanimo, infatti, se da una parte non deve essere vanaglorioso e superbo, dall’altra deve cercare di conseguire con le sue imprese «bona fama e glorioso nome da omini da bene»[32]. Quali siano le imprese da compiere, Maio lo lascia dire a Cicerone in un passo della Pro Sestio:

Quelli li quali cercano de acquistare bona fama et glorioso nome da omini da bene, la quale veramente sola se può nominare gloria, se deveno affatigare per acquistare la pace e la quiete e li placeri ad altri. È di bisogno prendere sudore per la commune commoditate, non fugire inimicizia de nullo e per lo bene de la commune utilitate patere onne grave tempestate, combattere contra la audacia de iniqui e malvasi e molte volte contra li potenti e grandi per acquistare sincera et immortale gloria[33].

Anche qui Maio rispetta il senso del discorso ciceroniano seppur con una citazione non certo rigorosa:

Qui […] rem publicam sustinent, hi semper habiti sunt optimatium principes, auctores et conservatores civitatis. huic hominum generi fateor, ut ante dixi, multos adversarios, inimicos, invidos esse, multa proponi pericula, multas inferri iniurias, magnos esse experiundos et subeundos labores […] qui autem bonam famam bonorum, [139] quae sola vere gloria nominari potest, expetunt, aliis otium quaerere debent et voluptates, non sibi. sudandum est iis pro communibus commodis, adeundae inimicitiae, subeundae saepe pro re publica tempestates: cum multis audacibus, improbis, non numquam etiam potentibus dimicandum[34].

Ma la ricerca della gloria, come inevitabile effetto delle grande imprese, comporta anche il disprezzo della morte che deve essere accettata, anzi ricercata, purchè «di gloria sia vestita»[35]. Maio rincara la dose con due citazioni di Seneca in cui si legge:

Non è gran cosa lo vivere, ma grande e laudabile cosa è la onorata morte, perché lo vivere è commune a tutti li omini, ma gagliardamente morire è più che de omo […] Uno solo è lo porto e la securitate de questa fluttivaga vita, non timere né estimare quello che accadere porrà, ante star forte, ferma e constante come chi ferma sta nante lo porto con lo petto parato affronte a recipere tutte le ferite de la iniusta fortuna[36].

L’umanista napoletano si riferisce qui ad una delle epistole a Lucilio, in cui si legge:

Amicus noster Stoicus, homo egregius et, ut verbis illum quibus laudari dignus est laudem, vir fortis ac strenuus, videtur mihi optime illum cohortatus. Sic enim coepit: 'noli, mi Marcelline, torqueri tamquam de re magna deliberes. Non est res magna vivere: omnes servi tui vivunt, omnia animalia: magnum est honeste mori, prudenter, fortiter. Cogita quamdiu iam idem facias: cibus, somnus, libido -- per hunc circulum curritur; mori velle non tantum prudens aut fortis aut miser, etiam fastidiosus potest [37].

Il quarto capitolo si conclude in maniera un po’ diversa dagli altri perché l’esempio canonico è anticipato da un altro exemplum basato sulle figure di Scipione (personaggio che ricorre più volte nell’opera) e di Annibale. I due generali antichi, infatti, costituiscono un «esemplo de bello spettaculo de franchezza de animo, de constanza e de invincibile fortezza de dui magnanimi capitanei»[38]. L’esempio riguardante Ferrante, è invece, il coraggio manifestato dal sovrano in occasione della decisiva battaglia di Troia del 1462. Si tratta di un altro esempio di sconfitta della fortuna per mezzo della virtù, infatti l’umanista scrive

Alora fe’ pugna la virtù con la fortuna, a la quale la vittoria debitrice essendo, favorita da iustizia et equitate. Allora fu rendita la debita palma a la magnanima maiestate, la fama de la quale fu unione e patto con la vittoria[39].


La “constanza de non inflarese”



Un’altra virtù importante nella lotta alla fortuna, e che compare spesso in entrambi i capitoli sopra descritti, è la costanza che viene trattata in due sintagmi diversi ma dal significato sostanzialmente identico (salvo alcune sfumature). La prima è la “constanza de la maiestate de non inflarese mentre la seconda riguarda la “constanza non insuperbire. Ad esse sono dedicate, rispettivamente, il settimo e il quinto capitolo. In quest’ultimo Maio, a dispetto del titolo, tratta della costanza come baluardo non solo contro la superbia ma anche contro lo scoraggiamento. L’umanista esordisce col rapporto della costanza con la “franchezza”:

Poco o forsi nulla valeria la franchezza de l’animo, ante se convertiria in grave vizio se per le cose prospere overo avverse se commutasse. Imperò che, per quella allegrandose, a tanta inflazione se estolleria che se deveria piuttosto nominare superbia et insolenza overo vanitate, e de le avverse dolendose, se nominaira vile abattimento e codardia[40].

La virtù, quindi, deve bastare a se stessa così che non si abbatte per le avversità né si insuperbisce nelle congiunture favorevoli [41]. Altrimenti

se sommetteria a la incertezza de la vile fortuna et a e stessa vile e mercennaria diventa. Ma essendo una e conforme et in onne tempo a nullo altro che a sé simile, né con la lieta fortuna giamai ride, né con la avversa giamai piange[42].

Segue poi la prima citazione del capitolo in cui Maio riprende da Cicerone l’immagine stoica delle avversità che, come le onde del mare, si infrangono contro gli scogli di un animo costante[43] Inoltre, sempre citando l’Arpinate, Maio ribadisce la soggezione dell’umanità alla potente fortuna, nemico contro cui ritorna il pensiero di una morte gloriosa da desiderare e non da sfuggire[44]. Il capitolo prosegue con un’altra citazione diretta di Cicerone (la quinta in poche righe), questa volta tratta dal De oratore:


O fallace speranza de li esseri mortali e fragile fortuna, o nostre vane imprese, le quali multe fiate nel meglio del suo spazio se interrompeno et in grave ruina se scapezzano! et alcuna volta, quando nel suo curso più prospera se monstra, alora se summerge nante che vegga lo desiderato porto![45]

Maio riprende questo passo, in alcune parti quasi alla lettera, dal terzo libro dell’opera in cui Cicerone si duole della inaspettata morte di Crasso:


Nella conclusione della parte teorica, Maio ribadisce con passi dell’Etica nicomachea di Aristotele[47] e del De officis ciceroniano[48] l’importanza della costanza contro il pericolo sia delle superbia sia dello scoraggiamento. Alla fine del capitolo l’umanista non propone, come al solito, un esempio preciso dato da Ferrante della virtù trattata. Infatti chiunque abbia avuto modo di vedere il sovrano può rendersi conto della sua grande

soliditate de core constante, de vulto severo, de parole ponderate che certo la nostra etate porte la palma. Non ostante li multi e multi desastri e calamitate de morte, de guerre. de insidiosi minacci, inimicizie grave et in contrario prevalendo la tua invitta virtute…[49]

La costanza è, quindi, una virtù che provoca anche effetti visibili sulla persona che ne è dotata: dall’aspetto fino al modo di parlare. Secondo Maio, rimembrare «li tanti minacci della malvasa sorte»[50] sarebbe solo un riaprire vecchie ferite pur dicendosi sicuro del fatto che Ferrane non se ne avrebbe a male, soprattutto vista la «incredibile saldezza»[51] con cui le ha affrontate a suo tempo.  


La “constanza non insuperbire”



Un capitolo specifico, anche se breve, Maio lo dedica alla costanza di non insuperbire. Al principio di questo capitolo, il settimo, l’umanista riprende ancora una volta il tema della lotta alla fortuna essendo stata, quest’ultima, più volte sconfitta da Ferrante [52]. Tuttavia il successo, ottenuto grazie alla sorte o alla propria virtù, può facilmente indurre alla superbia. Un pericolo, questo, che il sovrano sembra avere del tutto scongiurato. Infatti si legge:

né la glora elato, né la potenza superbo, né la sublimità de l’altrui umilitate te fe’ dispregiatore, ma sempre in equale grado quello medesimo quale sempre fusti, come per sua natura maiestà recerca, sempre modesto e grave[53]
 
Per Maio, però, è la ricchezza la principale causa delle superbia. Ed essendo questo un tema caro allo stoicismo non poteva mancare una citazione di Seneca:

Grande cosa è ne la prattica et opulenza de ricchizze non se insuperbire, grande omo e de gran coragio è quello che in de la abundanza di bene se reputa come povero per lo periculo che importano[54].

Si tratta di un altro passo dell’epistolario, che Maio rielabora pur rispettandone il senso:

‘Quid ergo? non licet divitias in sinu positas contemnere?' Quidni liceat? Et ille ingentis animi est qui illas circumfusas sibi, multum diuque miratus quod ad se venerint, ridet suasque audit magis esse quam sentit. Multum est non corrumpi divitiarum contubernio; magnus ille qui in divitis pauper est[55].

In realtà, già al quinto capitolo il tema era stato accennato riprendendo Aristotele:

la quale [la superbia, ndr.] nasce da troppo estimare se medesmo per le sue ricchezze e da troppo fiduzia de le cose prospere […] che inflano la superbia de omini che deventeno petulanti, sfrontivi e contumeliosi facendo loro prezio de le vile ricchizze, posponendo la virtute a quelle in che se credeno fare officio de magnanimitate[56].

Il rapporto con le ricchezze, quindi, è importante anche perché può dare un’illusione di magnanimità anche a chi è semplicemente ricco. Un tema, quello dei finti magnanimi, che Maio riprende ancora dall’Etica nicomachea affermando la pericolosità della ricchezza che – senza virtù – diventa esca di vizi[57]. Fra ricchezza e virtù vi è quindi una complementarietà che l’umanista napoletano esprime in questi termini:

Et imperò, come la grandezza de l’animo senza la potenza de ricchizze e de stato è simile a l’aquila sfornita di penne e de l’arme nautrale, così le ricchizze senza magnanima virtute sono esca de vizii e de pestilenti errori. Né la virtù de la magnanimità può operare né mostrare la sua grandezza senza le forze de li tesori, né senza la virtù li tesori possono essere generosi, li quali sono li nervi de virtute e sono la fede e fundamento de la maiestate, la quale è regina che mantiene el stato. Le ricchizze sono le forze del regno, la magnanimità è l’anima del regno[58]

Anche se la maestà può trionfare «apersì in vile povertà, sola de auttoritate ricca»[59]. Un chiaro esempio di questo rapporto di complementarietà, Maio lo individua nell’antica Roma che fin quando «coniunse ricchezza con valore»[60] fu in grado di mantenere l’impero. Una volta spezzato il collegamento fra virtù e ricchezza, puntando tutto su quest’ultima e abbandonando il valore, gli antichi Romani «ad ultimo eccidio cascaron»[61]. In conclusione, anche per la costanza di non insuperbire Maio non presenta un esempio particolare dato da Ferrante. L’umanista si limita, infatti, a sottolineare il suo disprezzo delle ricchezze essendone – al tempo stesso – «dispensatore largo, […] distributore largo e giusto»[62].


Conclusioni



Le pagine del De maiestate dedicate alla fortuna sono, come notato da Gaeta, fra le più vivaci di un’opera che cade spesso nella monotonia anche per la sua struttura rigida. Segno, probabilmente, di un intereresse particolare di Maio per un tema che doveva stuzzicare le sue conoscenze di arti magiche[63]. Infatti la sua concezione di fortuna è «piuttosto vicina ad un influsso astrale che altro»[64]. Per questo, nel capitolo sedicesimo, l’umanista presenta le basi fondamentali della maestà (la condizione, la virtù e la fortuna) con un carattere «del tutto trascendentale»[65]:

questo approbano grandi filosofi: che tale divine condizione sono prima de natura, dove, supervenendo la virtù con la fortuna, resulta e nasce un tale regetto de virtù in core regale[66].

Per cui, riprendendo Seneca, Maio afferma che «creare re è offizio divino, destino de cielo et opera de natura»[67]. In realtà, nel passo citato, Seneca fa riferimento solo alla natura:

2. Natura enim commenta est regem, quod et ex aliis animalibus licet cognoscere et ex apibus; quarum regi amplissimum cubile est medioque ac tutissimo loco; praeterea opere vacat exactor alienorum operum, et amisso rege totum dilabitur, nec umquam plus unum patiuntur melioremque pugna quaerunt; praeterea insignis regi forma est dissimilisque ceteris cum magnitudine tum nitore. 3. Hoc tamen maxime distinguitur: iracundissimae ac pro corporis captu pugnacissimae sunt apes et aculeos in volnere relinquunt, rex ipse sine aculeo est; noluit illum natura nec saevum esse nec ultionem magno constaturam petere telumque detraxit et iram eius inermem reliquit. Exemplar hoc magnis regibus ingens; est enim illi mos exercere se in parvis et ingentium rerum documenta in minima parere[68]. 

L’esempio delle api è ben riportato subito dopo anche da Maio per esplicitare il ruolo della natura nella “maiestate”. Del tutto aliene dal discorso di Seneca sono, invece, le altre due dimensioni a carattere trascendentale che l’umanista aggiunge: l’«offizio divino» e il «destino de cielo». Le quali rimandano alla volontà divina come presupposto indispensabile per la maestà, fornendole le condizioni basilari tramite l’opera della natura e del destino.

Come già accennato, la maggiore vivacità di queste pagine non ha impedito a Gaeta di riconoscere – anche qui – il limite di Maio che in effetti – nella trattazione della fortuna – non si spinge molto oltre la lezione classica. Tuttavia una certa originalità si può riscontrare nella relazione che Maio imbastisce fra la fortuna e le virtù. Infatti, pur non essendo questo un tema certamente nuovo, l’umanista napoletano rielabora i termini di questa relazione costruendo una sistemazione coerente che interessa l’opera dal quarto al settimo capitolo. Se il De maiestate può apparire come una lunga lista di virtù nonostante i tentativi dell’autore di collegare – in modo piuttosto schematico – le virtù fra loro, è proprio in questa parte dell’opera che si raggiunge invece una certa organicità fra i capitoli interessati. Infatti fortuna, “franchezza de core” e “constanza” si compenetrano nella trattazione e sono razionalmente collegate.

Per quanto riguarda le citazioni, appare evidente la centralità di Cicerone i cui passi – anche se rielaborati – vengono quasi sempre rispettati nel loro senso. Indizio forse di una migliore conoscenza che l’umanista aveva dell’Arpinate rispetto, invece, ad altri autori citati come Seneca. Infatti, i passi ripresi da quest’ultimo sono spesso completamente rielaborati e sviluppati usando come base un incipit del testo originale e talvolta anche un semplice inciso. Forse anche in queste rielaborazioni si può intravedere la volontà di Maio di andare oltre la lezione classica, pur restandoci saldamente appoggiato. Non del tutto convincente appare anche il giudizio di Gaeta secondo cui la posizione di Maio nei confronti della fortuna sarebbe di semplice “resistenza, senza alcuna fantasia ed impeto di iniziativa” come indicherebbe l’uso di parole come «armetto», «corassa» e «scuto»[69] che rimandano ad una «nomenclatura di armamento di difesa»[70]. In realtà, come abbiamo visto, a pagina 75 Maio fa dire a Seneca, forse non a caso in uno dei pochi passi dell’opera di cui non è stato possibile trovare riferimento nella produzione dell’autore citato, che la fortuna va sfidata e – in altri passi – assalita e messa in fuga (oltre che prevenuta).                  



[1] Opera a carattere apologetico scritta nel 1492 e dedicata a Ferrante. Consta di venti capitoli dedicati alla trattatazione delle virtù necessarie per un sovrano, con i relativi esempi dati da Ferrante per ciascuna qualità. In particolare, Maio insiste sulla pace e sull’ordine che il re ha garantito al Regno. L’opera è stata pubblicata per la prima volta da Franco Gaeta (Bologna 1956). Per la biografia di Maio e la sua produzione letteraria si rimanda al Dizionario biografico degli Italiani alla voce «Maio, Giuniano».
[2] Cfr. Giovanni Pontano, De principe a cura di Guido M. Cappelli, Salerno Editrice, Roma 2003, p. XXIX
[3] Ivi. p. XXXVII
[4] Cfr. De principe, op. cit., p. XXXIV
[5] Giuniano Maio, De maiestate a cura di Franco Gaeta, Bologna 1956, Introduzione, p. XIX.
[6] Ivi. p. LXV
[7] Ibidem.
[8] Ivi, p. 63
[9] Ivi. p. 71
[10] Ivi. pp. 71-72
[11] Che cosa è evidente? "Che molte predizioni risultano vere," risponde. E che dire allora del fatto che molte di più risultano false? Proprio questa incostanza di risultati, che è caratteristica del caso, non dovrà dimostrarci che dal caso, noti da una legge di natura, essi dipendono? De divinatione II, 53. Tutte le traduzioni sono prese dal sito www.latinovivo.com salvo diversa indicazione.
[12] Giuniano Maio, De maeistate, op. cit., p. 72
[13] L’umanità, fra queste due sentenze, ha trovato una dea media che è ritenuta una divinità solo per congettura. In tutto il mondo, in ogni luogo, ad ogni ora, con le voci di tutti solo la Fortuna è invocata e nominata, viene provocata, pensata, lodata, accusata e onorata con grida, dai più viene stimata cieca, volubile, incostante, insicura, mutevole e favoritrice degli indegni. A lei vengono attribuite sia le cose accette sia quelle sgradite, solo lei fra le due dirige le vicende umane, fino a questo punto siamo soggetti alla sorte, proprio da lei di cui si è incerti se sia un dio. Plinio il Vecchio, Naturalis historia, II, 22 (traduzione mia).
[14] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., p. 78
[15] Ibidem.
[16] Ivi. p. 75
[17] Ibidem.
[18] Ivi. p. 74
[19] Ibidem.
[20] Ivi. p. 75
[21] Seneca, Ad Pol. XVI
[22] C'è qualcosa che la sorte non possa togliere - basta che lo voglia - quando si è all'apice della prosperità? Che non assalga e abbatta con tanta maggiore violenza quanto più è vistoso e splendente? Non c'è niente di arduo, niente di difficile per lei. Il modo in cui ci assale non è uno solo e nemmeno sempre lo stesso. Ora ci volge contro le nostre stesse mani, ora, paga delle sue forze, ci crea da sola pericoli senza interventi esterni. […] Tutte le vie del destino sarebbe lungo elencarle. Io so solo questo: ogni opera dei mortali è condannata a morte sicura, viviamo fra cose destinate a finire. Seneca, Epist. XCI, 4-5.
[23] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., pp. 75-76. Gaeta qui non è riuscito a trovare il passo a cui Maio dice di fare riferimento.
[24] Ivi. p. 77
[25] Da quando esiste la grandezza d’animo, si può facilmente superare gli ostacoli della fortuna, poiché queste grandissime imprese sono nella potestà del sapiente. Una vita condotta secondo i principi degli antichi filosofi superava facilmente l’instabilità e le ingiustizie della fortuna.  Cic. De fin. IV, 17 (traduzione mia).
[26] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., p. 32
[27] «Ma, sopra tutti gli altri toi famosi gesti, non con poca gloria se può fare menzione de la gloriosa giornata quando, assaltato con insidiose arme da tre non manco animosi che insidiosi cavalieri […] sotto colore de simulata pace, el tuo animo intrepido a resistere, forte a dfendere, ricco de valore e de recordato consiglio contra tanta perfidia e violente forza, uno contra tre, restoe inclito e vincitore rebottando in fuga loro perfida impresa. Tu, magno invitto reportasti indietro illesa fama, inclito nome e vittoriosa palma per generosa natura ben difesa e per naturale magnanimitate ben mantenuta. […] Ancora che quelli fussero tre e tu solo, lo numero, desarmato de virtute, contra virtute vittoria mai ottene: né mai , multitudine de vittoria fu secura, sì de li pochi sola virtute abasta: perché de la multitudine la fidanza falle dove li pochi valore et animo vince». Ivi. pp. 32-34
[28] Ivi. p. 34
[29] Ivi. p. 78
[30] «…che stando a videre messa in un castello nominato… per ventura fu grande concussione de terremotu non con manco periculi de tutti che con spanto de li altri circumstanti, dove, onne uno fugendo per lo grande terrore, anco lo sacerdote fuggì de l’altare, solo nel tuo sediale fermo et inconcusso senza fare signo de nullo motivo, senza timore, interrito e secura la tua orazione, non solamente non movere el corpo, ma né mutare lo vulto né ‘l colore, cosa certo non manco ammirabile che rara e grande signo de naturale constanza, la quale, possendose in multa parte simulare, in tale repentino terrore, si natura non usa sue naturale forze di constumi, onne simulata fizione si scopre». Ivi. pp. 78-79
[31] Ivi. p. 51
[32] Ivi. p. 52
[33] Ivi. pp. 52-53
[34] «Coloro che reggono lo stato, che sono sempre gli esponenti degli ottimati ritenuti più autorevoli, sono i sostenitori e i protettori della città. Ammetto che questo genere di uomini, come detto sopra, devono affrontare molti avversari, nemici e invidiosi, portarsi contro molti pericoli e ingiustizie, sperimentare e subire grandi fatiche […] coloro che aspirano alla fama degli onesti, che è la sola a potersi nominare vera gloria, devono cercare la pace e i piaceri degli altri, non i propri. Bisogna affaticarsi per gli interessi comuni, affrontare le inimicizie, subendo spesso le calamità per lo stato: bisogna scontrarsi con molti audaci, disonesti e anche con i potenti». Cic. Pro Sestio, LXVI (traduzione mia).
[35] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., p. 53
[36] Ivi. p. 55
[37] Uno stoico mio amico, una personalità fuori dal comune e, per lodarlo con parole degne di lui, un individuo forte e coraggioso, gli rivolse, a mio parere, le parole più opportune: "Mio caro Marcellino, non tormentarti," gli disse, "come se dovessi prendere una decisione fondamentale; vivere non è poi una gran cosa: tutti i tuoi schiavi, tutte le bestie vivono: l'importante è morire con dignità, saggezza e coraggio. Pensa da quanto tempo fai sempre le stesse cose: mangi, dormi, fai l'amore. È un circolo vizioso. Desiderare la morte non è solo un segno di saggezza o di coraggio o di infelicità, ma anche di nausea. Seneca, Epist. LXXVII, 6
[38] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., p. 57
[39] Ivi. p. 59
[40] Ivi. p. 61
[41] «…tale altra virtù deve essere di sè contenta sé sola estimare e come dice el poeta essa virtù è prezzo di sé stessa, di sue ricchizze animosa e magna, sì che né li fortunati beni le possono adiungere né li infortunii le possono tollere, sì che né per quelli se estolle, né per queesti se abbatte, ma la felice parte accettare e con moderata mente regere e le infelice supportare pazientemente. In de le prospere se deve la superbia fugire, in le avverse la disperazione, in quelle moderare il ciglio, in queste d migliore speranza contortare l’animo […] non avilendose per nulla utilitate né per felicitate da più estimandose…». Ivi. pp. 61-63
[42] Ivi. p. 63
[43] «Io farò come el bon navigante: concurrerò con lo tempo, non contrastando con la repugnante fortuna, la quale veggio quanto è dea legiera et imbecille; per questo lo animo fermo e grave la lassa frangere come la unda del mare in duro sasso» Ibidem.
[44] «Cosa vulgare è a dire che ne debiamo ricordare che semo nati omini  mortali con tale patto e condizione che la nostra vita come avversaglia sia aneposta a tutte le sagette de la potente fortuna […] Come già moderatamente de la fortuna avemo presa sua dolce accoglienza, così a quella avversaria et inimica, ante del tutto dissipata e suvversa, nostra fortezza animosa resista sì che in tal casi disastrosi e gravi almeno questa avanzeremo: che la durezza de la cruda morte, che apersì in tempo de prosperitate non devemo timere, ante spregiare essendomo in tale abito adusati e persuasi, non solamente non la devemo fugire, ma anco la devemo desiderare». Ivi. pp. 64-65
[45] Ivi. p. 65
[46] O fallace speranza degli uomini e mutevole fortuna, o nostre vane imprese che spesso a metà strada sono infrante e crollano prima vngono distrutte durante il cammino, quando potevano vedere il porto! Cic. De oratore, III, 7
[47]« “Perché spesso fortuna de suo proposito se muta, allegra sempre fare mutazione, de la vita umana se fa gioco, per questo sole acadere che chi sta in stato prospero e condizione felice ne li estremi giorni de la debile vecchiezza casche in grave calamitate come de Priamo se lege”. E per questo in altro loco dice che ‘l sapio, con animo constante e de pazienza armato, de la fortuna la mutazione comporta, servando sempre suo decoro e sua dignitate; per le quale tante allgate auttoritate et altre infinite che allegare porria sì se recerca a lo magnanimo né de insuperbire disdignare la sua dignitate, la quale nasce da troppo estimare se medesmo per le sue ricchezze e da troppa fiduzia de le cose prospere, le quale dice Aristotele che inlano la superbia de omini che deventano petulanti, sfrontivi e comtumeliosi…». Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., pp. 65-66
[48] «Ne l’animo grande e valoroso petto nasce una magnitudine con un vilipendio delle cose mundane che né per avversitate se tiene mai da meno, né per la prosperitate mai se insuperbisce». Ivi. p. 68
[49] Giuniano Maio, De maeistate, op. cit., pp. 68-69
[50] Ivi. p. 69
[51] Ivi. p. 70
[52] «E perché non sempre virtù di mortali contra fortuna è vittrice, ante, in te più che in altro, è da tua virtute spesso superata, sì che a le volte tu la fortuna con tua prudenza hai prevenuta sì che essa, assaltata e posta in fuga in de le multe tue militare imprese, non manco di essa che de nemici ripoti el triunfo…» Ivi. p. 81
[53] Ivi. p. 82
[54] Ivi. p. 83
[55]"E allora? Non si può disprezzare la ricchezza, pur possedendola?" Perché no? E dimostra una straordinaria grandezza morale chi se la ride delle ricchezze che lo circondano, molto stupito di possederle, e sente dire che sono sue, ma dentro di sé non le sente tali. È già molto non essere corrotti dal contatto con la ricchezza; è grande chi ci vive in mezzo da povero. Seneca, Epist. XX, 10
[56] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., pp. 66-67
[57] «Et Aristotele, nel quarto de la Etica, riprende li magnanimi finti dicendo che chi de le multe ricchizze è pieno et abundante senza virtute e magnanimitate iniustamente e fore del devere se fanno nominare magnanimi, perché li tesori senza la virtute sono esca de pestilenti vizii, imperò che fanno l’omo superbo e petulante e sfrontivo, perché senza virile natura possidere tesoro e senza virtù godere gran prosperitate forte cosa è, a nostra fragile condizione quasi impossibile, servare de la modestia la mensura. Ne le quale opulente ricchizze e non per respetto de inclita virtute, e issi, ingannati di vana opinione, se credeno essere magnanimi, da li quali sono multo lontani et alieni».  Ivi. po. 83-84
[58] Ivi. p. 86
[59] Ibidem.
[60] Ivi. p. 85
[61] Ibidem.
[62] Ivi. p. 87
[63] Cfr. Dizionario biografico degli Italiani alla voce Giuniano Maio.
[64] Giuniano Maio, De maiestate, op. cit., Introduzione, p. LXVI.
[65] Ibidem.
[66] Ivi. p. 184
[67] Ivi. p. 185
[68] La monarchia infatti è un’invenzione della natura, come si può vedere negli altri animali e nelle api; il re di queste ultime sta in un giaciglio più grande e situato nel luogo più centrale e sicuro; inoltre egli non svolge alcuna mansione e sorveglia il lavoro degli altri, se perdono il re si disperdono tutti, non tollerano che ve ne sia più di uno e nel caso chiedono che il migliore si dimostri tale nella lotta; inoltre il re ha una corporatura straordinaria e diversa da quella degli altri sia per grandezza sia per bellezza. Ma si distingue soprattutto in questo: le api sono molto irascibili e combattive in proporzione alla loro corporatura e lasciano il pungiglione nella ferita, il re invece è senza pungiglione: la natura non ha voluto che fosse crudele nè che potesse perseguire una vendetta a caro prezzo e così lo ha privato dell’arma, lasciando la sua ira disarmata. Questo è uno straordinario esempio per i grandi re; infatti la natura ha l’abitudine di esercitarsi nelle cose minori ponendovi, in piccolo, insegnamenti per quelle più grandi.
Seneca, De clementia Liber I, XIX, 2-3 (traduzione mia).
[69] Ivi. LXVI
[70] Ibidem.