martedì 19 luglio 2011

Il Padre Nostro e la preghiera


Fra molti evangelici e i testimoni di Geova (una coincidenza?) si trova la curiosa convinzione che la preghiera “recitata” sia inutile se non sgradita a Dio. Un insegnamento che, rispetto agli altri, non può basarsi nemmeno su un passo decontestualizzato. Infatti di una cosa del genere non si trova alcuna traccia in tutta la Bibbia. Anzi, sia nel Nuovo che nell’Antico Testamento la realtà è molto diversa. Nel culto ebraico i Salmi hanno sempre rivestito un ruolo centrale sia nella preghiera comunitaria che in quella privata. Sappiamo che anche ai tempi di Gesù si era soliti cantare i salmi e forse è proprio un salmo quello riferitoci da Matteo:


E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Mt. 26, 30)


Ad ogni modo, per cantare un inno in più persone bisogna per forza di cose recitarlo a memoria. Se ognuno si inventasse sul momento un inno “a parole proprie”, sarebbe impossibile cantare un inno. Ma qui, chiaramente, l’evangelista parla di un inno rituale in particolare che probabilmente non specifica perchè ritenuto scontato per i lettori del tempo (il contesto è quello della celebrazione della Pasqua ebraica).


Si diceva all’inizio che questa avversione delle preghiere “recitate” è curiosa anche perchè è noto come gli evangelici e i Testimoni di Geova non disdegnino affatto di cantare inni e cantici. I primi, soprattutto, vi sono inoltre molto affezionati e ne vantano la bellezza e profonda spiritualità. Solo che quei canti sono a tutti gli effetti una forma di preghiera le cui parole sono recitate a memoria. Sant’Agostino poteva ben dire che “chi canta prega due volte”. Quindi siamo già in una contraddizione interna evidente, a meno che non si voglia negare la natura di preghiera di quei canti (nel caso, allora, non se ne capirebbe più l’uso e potrebbero quindi essere bollati come pura “vanità”) oppure non si voglia limitare il “divieto” di orazione mnemonica alla preghiera individuale. Questa seconda opzione, pur discutibile, sarebbe la più ragionevole ma non è quella praticata dai suddetti. Lo dimostra la vera e propria avversione che si registra, a volte, nei confronti del Padre Nostro. Vale la pena di leggere il passo incriminato:


[9] Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome;

[10] venga il tuo regno;
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.

[11] Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

[12] e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

[13] e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male.

(Matteo 6, 9-13)

Questa è la risposta di Gesù a chi gli ha chiesto come pregare. Niente “regolette” sulle “parole proprie” ma una preghiera vera e propria. Non un esempio o un modello come taluni vanno dicendo, manca infatti qualsiasi indicazione in questo senso. E visto che, come abbiamo detto sopra, la preghiera a memoria era un uso diffuso presso gli Ebrei, un chiarimento sulla natura semplicemente esemplare del Padre Nostro sarebbe stato d’obbligo. E invece nulla, si tratta infatti di un problema per nulla sentito dai primi cristiani e dalla Chiesa fino ai giorni nostri. Il Padre Nostro, infatti, divenne presto la preghiera centrale delle antiche assemblee cristiane e padri della Chiesa come Tertulliano e sant’Agostino dedicarono molte parole alla sua interpretazione proprio perchè era diventata l’“orazione domenicale” che ogni cristiano doveva conoscere. Per questo, anche la Didachè ci mostra come i primi cristiani non intendessero affatto il Padre nostro come un esempio.  Nel capitolo VIII, infatti, viene semplicemente riportata la preghiera con l'invito a ripeterla per tre volte al giorno.  Ma, anche stando semplicemente al testo riportato, il Padre Nostro non può essere in alcun modo confinato alla preghiera privata: il plurale, infatti, dà proprio l’idea della preghiera comunitaria. E quindi, comunque la si voglia mettere, testimoni di Geova ed evangelici si trovano nell’imbarazzante paradosso di pregare insieme cantando parole imparate a memoria e messe insieme da qualche compositore o dal pastore stesso, ma di aborrire la recita del Padre Nostro che invece è “la preghiera del Signore” come la definivano i primi cristiani. E, come se non bastasse, biasimano quelli che invece lo recitano.


A dir poco maldestri i tentativi che si trovano in rete di sovrapporre le proprie supposizioni (per giunta sbagliate) all’insegnamento di Cristo opponendovi altri passi in cui si parla di preghiera. E’ particolarmente singolare che, a supporto delle proprie tesi, si citino passi come questo:


Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate (Matteo 6, 7).

Passi che significano l’esatto contrario di quello che si vuole dimostrare. Qui infatti Gesù mostra di non avere alcuna simpatia per questa mistica delle “parole proprie”, questo dover “parlare come ad un amico” quando la comunicazione fra le persone non è certo un aspetto semplice della vita. La preghiera invece è un dialogo diverso in cui per comunicare non c’è bisogno di tante parole (inventate sul momento o meno) perchè dall’altra parte c’è chi già sa tutto. Ora, se è vero – com’è vero – che la preghiera è l’espressione di un bisogno, quante parole ci vorranno mai per esprimere (ogni volta) tutti i nostri bisogni? Si scade, quindi, nella pretesa di essere ascoltati a “forza di parole”. Per questo l’insegnamento di san Paolo è sulla stessa linea:


Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Rom. 8, 26-27).

Anche qui, non fiumi di parole ma “gemiti inesprimibili”. Non a caso, inoltre, subito dopo il passo di Matteo sopra citato, Gesù insegna la preghiera del Padre Nostro che in poche parole riassume e contiene tutti i bisogni del credente. Inoltre, anche Gesù pregò ripetendo le stesse parole:


Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". [...] E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!".  [...] E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: "Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà". E tornato di nuovo trovò i suoi che dormivano, perché gli occhi loro si erano appesantiti.  E lasciatili, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole.  (Matteo 26, 36; 39; 42-44)

Quindi, l'interpretazione data da alcuni su Matteo 6, 7 è smentita dallo stesso Gesù nel medesimo Vangelo. In conclusione, cerchiamo di intenderci: non si vuole qui scadere nell’estremo opposto. Non è che ci sia qualcosa di sbagliato nella preghiera spontanea, anzi. Nella storia del Cristianesimo si trovano molteplici forme di preghiera. Oltre a quella recitata, la preghiera spontanea trova ampio spazio nelle vite dei santi, insieme alla ripetizione di brevi giaculatorie che solo ad un superficiale possono sembrare qualcosa di meccanico. Lo spiega magistralmente un capolavoro della spiritualità intitolato Racconti di un pellegrino russo



Quello che è sbagliato, quindi, è il caricare un particolare modo di preghiera di una valenza esclusiva, proprio in un campo delicato che non tollera costrizioni di sorta. E i risultati sono facilmente riconoscibili. In rete si trovano evangelici che, interrogati sulla questione, non se la sentono di declassare il Padre Nostro a mero esempio e quindi lo pregano ma parafrasandolo per attualizzarlo nella propria vita. E così alla semplicità della preghiera, quale si vede nella Bibbia, si sovrappongono insegnamenti umani che complicano. E questo da parte proprio di quelli che hanno in odio la religione come pratica che impone pesi inutili sulle spalle delle persone. Certo, la ripetizione a memoria di parole che non si capiscono o comunque non si sentono non giova a molto. Ma anche la preghiera spontanea può essere distratta e svogliata. Il punto non è la forma, ma la sostanza. Se il Padre Nostro, o un’altra preghiera recitata, è ben intesa nel suo significato non la si può definire un’“inutile ripetizione” solo perchè non rientra in schemi precofenzionati che di biblico non hanno nulla ed elaborati da chi ha il solo interesse di differenziarsi e di polemizzare, su qualsiasi cosa, con la Chiesa cattolica.



Nota:

Mi sono reso conto che le traduzioni protestanti presentano in modo diverso il passi di Matteo:

Ora, nel pregare, non usate inutili ripetizioni come fanno i pagani, perché essi pensano di essere esauditi per il gran numero delle loro parole (Matteo 6,7)

Dove "inutili ripetizioni" è l'attualizzazione proposta dalla Nuova Diodati rispetto alla Riveduta e alla Diodati che parlano di "soverchie dicerie". Mentre la Nuova Riveduta è più vicina alla versione Cei come si può vedere qui. Visto che anche le versioni protestanti non concordano, ho controllato la traduzione della Bibbia interconfessionale e - come potete vedere -  anche qui non compare l'espressione "inutili ripetizioni". 

Se andate a leggere la nota presentata al pur sempre meritorio sito La Parola, vedete che la traduzione delle "inutili ripetizioni" viene usata - non senza qualche imbarazzo, visto che anche Gesù pregava a lungo e "colle medesime parole" - proprio per condannare il Padre Nostro e l'Ave Maria. Con la giustificazione secondo cui per i cattolici non conterebbe la genuinità della preghiera ma il numero di ripetizioni, in base alla predicazione di non meglio definiti preti. Si direbbe, quindi, che la traduzione del passo di Matteo sia stata modificata non tanto per motivi linguistici ma ideologici, per questo le "inutili ripetizioni" non trovano spazio nella Bibbia Interconfessionale.


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