giovedì 23 giugno 2011

Quanto ci costa il Papa?





Una delle mode anticlericali più in voga è quella di fare perennemente i conti in tasca alla Chiesa. Anche perchè basta parlare di soldi che anche l’uomo della strada drizza immediatamente le orecchie. L’ultima occasione è stata quella della beatificazione di Giovanni Paolo II del primo maggio, per la quale si prevedeva l’arrivo di almeno un milione di fedeli da tutto il mondo. Cosa che, ovviamente, ha imposto alle istituzioni di prepararsi per garantire la sicurezza e l’ordine pubblico. Per cui il comune di Roma ha pevisto di spendere diversi milioni di euro in occasione del grande evento. Cosa normale, se non fosse che si tratta della Chiesa. Per capirlo basta fare un confronto con un evento che si è tenuto negli stessi giorni: il concerto del primo maggio.

Quanto viene a costare ogni anno il concerto? Difficile dirlo con precisione, forse sui due milioni di euro. Dei quali la metà con l’acquisto dei diritti da parte della Rai (quindi con i soldi dei contribuenti). E questo da parte di un concerto di sinistra che si dice vicino ai lavoratori e ai poveri del mondo. Eppure, avete mai sentito fare una polemica di una certa rilevanza mediatica a riguardo? Vi risulta che Cgil, Cisl e Uil – che sponsorizzano il concerto – e i cantanti che ogni anni vi partecipano siano universalmente definiti come ipocriti e spreconi? Se però si tratta della Chiesa, immancabilmente arriva il “genio” che, credendo di citare il Vangelo, dice “Ma perchè questo spreco di soldi? Non bisognerebbe darlo ai poveri?”. Solo che, per quanto possa sembrare strano, una cosa del genere si trova sì nel Vangelo, ma in bocca a Giuda:

Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. (Gv 12, 1-10).


Dunque non perchè gli importasse dei poveri, ma perchè era ladro. E la situazione, come vedremo, non è molto diversa oggi. Infatti Giuda era almeno astuto, perchè si riferiva a uno “spreco” concreto. Un oggetto che poteva essere effettivamente venduto per poi donare il ricavato ai poveri. Invece i “Giuda moderni” sono anche più vacui perchè si appigliano invece a beni puramente virtuali. Mi spiego, il concerto del primo maggio si potrebbe anche non fare ma solo un ingenuo può credere che i soldi così risparmiati finiscano per magia ai poveri. Semplicemente la Rai spenderebbe quei soldi in altro modo. Lo stesso per le visite del Papa ed eventi come la canonizzazione di uno dei personaggi più importanti del XX secolo. Con la differenza sostanziale che non sono i viaggi o il rito di canonizzazione a costare milioni di euro, ma l’organizzazione che deve far fronte a folle immense. Per non parlare poi della positività che i grandi eventi hanno di solito sul piano economico e sociale (ancor più in tempi di depressione).

E qui, forse, arriviamo al nocciolo della questione. Se l’Iscariota era un ladro, i nuovi moralisti anti-spreco sono probabilmente un pò invidiosi. A tutti, infatti, piacerebbe vedere milioni di persone alle cosiddette manifestazioni per la laicità, ai convegni dell’Uaar o agli eventi dei cristianesimi alternativi (benchè costruiti su misura), o ancora ai Gaypride; ma fatto sta che le grandi folle arrivano solo al richiamo del sacro. E questo è inaccettabile. Ma siccome bisogna almeno fingere di avere rispetto della fede delle persone (e non si può far loro colpa di voler fare un viaggio), allora si passa al moralismo finanziario. Come se tutte le cose non avessero un costo e il messaggio del Vangelo fosse, di conseguenza, di non fare niente per rispetto ai poveri (che non ne ricaverebbero comunque nulla, anzi).

Quindi il problema non è tanto il Papa che osa parlare e andare in visita, ma la gente che lo segue. Però è il Papa il colpevole, perchè è il vero bersaglio. Da qui l’assurda accusa che anche lui abbia dei costi in quello che fa, o che vesta Prada invece di andare in giro con gli stracci (cosa che Gesù, tanto per cambiare, non faceva). Detto questo, può essere che talvolta i costi dell’organizzazione (che del resto la Chiesa condivide per buona parte) siano eccessivi ma la responsabilità è dell’amministrazione pubblica. E, in effetti, se il risparmio fosse il vero problema si starebbe a discutere sui problemi pratici e non sull’assurdo principio che la Chiesa non dovrebbe svolgere nessuna attività degna di nota per un malinteso pauperismo. Considerato poi che la Chiesa cattolica non è un ente benefico, avendo come scopo primario l’annuncio del Vangelo. Ma del resto a chi importa che, allo stesso tempo, la Chiesa italiana abbia messo a disposizione dell’accoglienza per gli immigrati gli edifici di 93 diocesi? Aveva proprio ragione chi diceva che la ferocia dei moralisti è superata solo dalla loro profonda stupidità.

Anche per questo, i suddetti ragionano come se il problema della povertà nel mondo fosse semplicemente in termini di “dare”. Quando la storia recente dimostra che i problemi non si risolvono con cascate infinite di denaro (che di problemi, anzi, ne possono creare). Più che “dare” bisognerebbe “fare”, ma questa è un’altra storia…