venerdì 17 giugno 2011

L'omofobia secondo l'Arcigay


Nel contesto dell’ubriacatura generale da Europride, l’Arcigay ci tiene a tornare sul tema scottante dell’omofobia. Problema serio che, paradossalmente, la potente associazione gay fa di tutto per banalizzare. Infatti, se l’omofobia consistesse – semplicemente – in discriminazione e violenza sarebbe più semplice da combattere anche con le leggi. L’averne fatto, invece, un contenitore vastissimo che tende voracemente ad assimilare qualsiasi forma di dissenso nei confronti della cultura gay e dei suoi discutibili paladini (come Aldo Busi e Grillini), rende difficile adeguare il reparto legislativo al problema. Per questo le frequenti proposte di legge in materia di omofobia vengono sistematicamente cestinate, non perchè – come vorrebbero farci credere – ci sarebbe una “omofobia di Stato” ma perchè in Italia si aborrisce ancora il reato di opinione.

Per entrare nello specifico, qualche giorno fa, l’Arcigay ha pubblicato un articolo in cui si accusano di omofobia gli Hotels di Roma. La loro colpa? Soltanto il 12% indicherebbe la dicitura “hotel per gay e lesbiche” e, come se non bastasse, pare che si verifichino gravi problemi nelle prenotazioni: capita che i malvagi gestori, in un mondo dove – checchè se ne dica – l’eterosessualità è la norma, pensino che una matrimoniale per due persone dello stesso sesso sia magari un errore del computer da correggere. Da qui le “situazioni imbarazzanti” sì, ma semmai per l’Hotel che è in errore (e non il contrario). Quindi gli Hotels di Roma, per qualche disguido di carattere tecnico e perchè si rifiutano di intestare i loro alberghi ai gay (ma saranno benvenuti anche i metalmeccanici e i dentisti, che probabilmente pure non sono citati nelle caratteristiche?), si beccano un’accusa gravissima quale quella di omofobia. Accusa che è diventata un vero e proprio baluardo del politically correct, tanto da fare terrore persino ai politici e ai partiti che – come abbiamo visto in occasione dell’Europride – fanno a gara per patrocinare questi eventi e farsi fotografare con gli organizzatori. Un corteggiamento che è ben accettato dai vertici delle associazioni gay, molto meno dalla base che ha contestato e fischiato non solo la Polverini ma lo stesso Alemanno che ha patrocinato l’evento.

In sostanza, pur di risparmiarsi un’accusa di omofobia, si è disposti a qualsiasi cosa. Sarebbe infatti da intolleranti mettere in discussione l’opportunità di patrocinare eventi come questi in cui si violano sistematicamente le più elementari norme a tutela del pudore, dove si incita all’odio contro la Chiesa con i più beceri slogan anticlericali accompagnati dalle consuete manifestazioni di blasfemia. E quindi tutti a chiudere un occhio e a mettersi la dignità sotto i piedi. Ma nella nuova definizione di omofobia dell’Arcigay, c’è un elemento nuovo: l’omofobo non è più semplicemente quello che non è d’accordo in materia di matrimonio e di adozioni, quello che osa dissentire apertamente per intenderci; è anche quello che non rende omaggio alla cultura gay, quello che la sua attività lavorativa (pur aperta a tutti) non la dedica agli omosessuali. Quindi, il silenzio non basta a salvarsi dall’accusa di omofobia. E il fatto che lo abbiano capito perfino i partiti, come abbiamo visto, è molto significativo.

L’accusa di omofobia che pende, come una spada di Damocle, su ogni discussione (anche le più distanti), provoca ormai una paralisi cognitiva in molte persone. Infatti, è passato troppo poco tempo dalla polemica sui costi di organizzazione della beatificazione di Giovanni Paolo II per non chiedersi che fine abbiano fatto quelli che si lamentavano a nome dei poveri del mondo. Forse che l’Europride non ha richiesto provvedimenti simili del Comune di Roma? O piuttosto dietro il fatto che per alcune manifestazioni si facciano problemi di soldi – imbastendo infinite quanto inutili polemiche – e per altre no, non si nasconde una forma di intolleranza (quella vera)?