sabato 25 giugno 2011

Che cos'è il culto dei santi?


Maestà - Duccio di Buoninsegna

Molto spesso si sente condannare il culto dei santi come una forma di negromanzia. Per cui basta citare qualche passo della Bibbia, dove giustamente viene condannata, e la dimostrazione è bella che pronta. Per chi è abbastanza superficiale da crederci.

Se invece vogliamo vedere le cose per quelle che sono, dobbiamo capire prima di tutto cosa si intenda esattamente per negromanzia e cosa, invece, per culto dei santi. E poi stabilire se vi sia qualche connessione. Partiamo da qualche definizione di necromanzia:

«Arte divinatoria che comprende diverse pratiche occulte di magia, prima fra tutte l’evocazione degli spiriti e delle anime di persone morte SIN stregoneria»


«La necromanzia (dal greco νεκρομαντία, nekromantía) è una forma di divinazione in cui i praticanti (detti necromanti) cercano di evocare degli “spiriti operativi” o “spiriti della divinazione” per varie ragioni, dalla protezione spirituale alla saggezza. La parola deriva dal greco νεκρός (nekrós), “morto”, e μαντεία (manteía), “divinazione”. Comunque, a partire dalmedioevo, la necromanzia è stata associata ampiamente alla magia nera e all’evocazione di demoni in genere, perdendo a volte il suo significato originario: la forzatura dello spirito di un morto in un corpo umano utilizzando energia astronomica.»


Insomma, è una pratica che ha a che fare coi morti. E i santi sono morti. Ma è un po’ poco per creare un’associazione. La già citata condanna biblica si trova nel Deuteronomio:

«Non si trovi in mezzo a te chi immola, facendoli passare per il fuoco, il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o l’augurio o la magia;
né chi faccia incantesimi, né chi consulti gli spiriti o gli indovini, né chi interroghi i morti,
perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore»

(Deut 18, 10-12)

Che cosa si intende, invece, per “culto dei santi”? Il culto non è qualcosa da rendere solo a Dio? Il passo più citato, a riguardo, è senza dubbio quello delle tentazioni di Cristo:

«Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse:
“Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”.
Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto:
Adora il Signore Dio tuo
e a lui solo rendi culto”.»

(Matteo 4, 8-10)

Solo che una lettura un pò meno superficiale di quella che circola di solito in certi ambienti, permette di capire meglio la giusta interpretazione di questo passo. Satana ha chiesto a Cristo di adorarlo, e Cristo ha risposto che il culto di adorazione è solo per Dio. Tutto qui. Il punto è che le parole possono assumere significati diversi, si tratta di intendersi. Ildizionario etimologico chiarisce che per culto si può intendere quello di adorazione legato alla divinità, o semplicemente un più laico “Onore e Venerazione affettuosa verso persone o cose che ne siano degne”. E il culto dei santi rientra proprio in questa seconda categoria, essendo un culto di venerazione. Venerazione che a sua volta può essere intesa come adorazione oppure come “profondo rispetto, ammirazione, stima: trattare qualcuno, qualcosa con v.”. Davvero dovremmo credere che il messaggio di Matteo 4, 8-10 sia quello di vietare ogni forma di profondo rispetto verso persone? Non sarebbe solo un’interpretazione sbagliata, vorrebbe dire operare un grave fraintendimento del senso logico e grammaticale del passo stesso.


L’intercessione dei santi


Quindi, anche secondo la Bibbia, è negromanzia invocare i morti per interrogarli o per altri fini. Cosa che richiede dei rituali magici ben precisi. Ora, invece, il culto dei santi si basa semplicemente sulla convinzione della potenza della preghiera in comune (vedi Matteo 18, 19-20). Cioè sulla richiesta di intercessione, che si può fare anche con i vivi. In altre parole, se qualcuno vi chiede di pregare, non sta cercando di invocare il vostro spirito a fini divinatori ma solo di unirvi a lui nella preghiera. Questo vale per i vivi come per i morti. Pertanto, anche se i santi sono morti, chiedere la loro intercessione non ha nulla a che fare con la stregoneria e consimili.

Esempi di richieste di intercessioni fatte a santi, ce ne sono nella stessa Bibbia. Basta pensare al passo degli Atti dove si legge:

«Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di Paolo, al punto che si mettevano sopra i malati fazzoletti o grembiuli che erano stati a contatto con lui e le malattie cessavano e gli spiriti cattivi fuggivano» (Atti 19, 11)

Oggi qualcuno griderebbe all’idolatria, soprattutto per l’uso dei fazzoletti. E in effetti taluni sembrano avere un concetto talmente stretto di idolatria che, se applicato alla Bibbia, perfino questa ne uscirebbe a pezzi. Il culto dei santi, quindi, è la semplice credenza nel potere di intercessione di figure come Paolo (e non nella divinizzazione della sua persona): niente di più e niente di meno.


Il mondo dei morti nella Bibbia


Sgombrato il campo da questo primo equivoco, bisogna affrontare il problema del ruolo e dello stato dei morti. Fra i Testimoni di Geova e gli evangelici (una coincidenza?) è molto forte l’idea che i morti vivano in uno stato di incoscienza, una specie di limbo. Convinzione questa che – paradossalmente – non trova alcuno sostegno nelle Scritture, anzi. Potrebbe sembrare questo un aspetto secondario, in realtà è una questione importante visto che Lutero non esitò a sforbiciare dalla Bibbia tutti quei passi – e talvolta interi libri – colpevoli di non accordarsi alle sue teorie.

Il più famoso è senza dubbio il passo del secondo Libro dei Maccabei (12, 38-45) dove si legge un esempio di vivi che intercedono per i morti. Testimoniando cioè di un rapporto dinamico vivi-morti. Forse anche il terzo capitolo del libro di Daniele è stato tagliato per il verso 86 che recita:

«Benedite, spiriti e anime dei giusti, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.»


Quando nell'Apocalisse si trova comunque un passo simile (Ap 12, 12). C'è, inoltre, il libro del Siracide (48, 13-14) che ci parla di un Eliseo che continua ad operare dopo la sua morte. Così come il profeta Geremia, morto da secoli, continuava a intercedere per il popolo (2 Mac 15, 14). Ma da questa opera di rimaneggiamento, anche il Siracide è stato disconosciuto dalla Riforma, qualcosa si è salvato. Soprattutto passi del Nuovo Testamento che nemmeno Lutero ebbe il coraggio di toccare, ma non solo. Il sopracitato passo del Siracide fa probabilmente riferimento all'episodio della resurrezione ottenuta tramite il contatto con le ossa del profeta:


«Eliseo morì; lo seppellirono All'inizio dell'anno nuovo irruppero nel paese alcune bande di Moab. Mentre seppellivano un uomo, alcuni, visto un gruppo di razziatori, gettarono il cadavere sul sepolcro di Eliseo e se ne andarono. L'uomo, venuto a contatto con le ossa di Eliseo, risuscitò e si alzò in piedi» (2 Re 13, 20-21)


E' quasi superfluo far notare come questo episodio, di un libro canonico, sia lontanissimo dalla mentalità protestante. Inoltre, nel libro del profeta Geremia (15, 1), Mosè e Samuele sono presentati come potenti intercessori (anche se in quel caso non sarebbe servito). Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, il primo passo è senza dubbio quello della trasfigurazione di Gesù (cfr. Matteo17, 1-8) dove Mosè ed Elia appaiono per conversare amabilmente. Se si può obiettare che, secondola Bibbia, Elia non sia morto lo stesso non si può dire per Mosè. Il quale invece morì senza dubbio e fu sepolto (Deuteronomio 34, 5-8). Quindi il Nuovo Testamento, ci offre l’esempio di un morto (Mosè) che appare sulla terra e conversa con Cristo. Niente magia e niente “limbo”, quindi, in cui i morti riposano senza avere più niente a che fare con le vicende terrestri. Ma non potrebbe trattarsi di un caso straordinario, di un antico profeta che esce dal limbo (di cui, ripetiamo, non si parla mai nella Scrittura) per rendere omaggio al Messia?

No, anche perché il Nuovo Testamento offre un passo ancora più significativo a riguardo. Nell’Apocalisse si legge

«Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono.
E dalla mano dell’angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi.»

(Ap. 8, 3-4)

È però necessario interrogarsi sui personaggi di questi due passi biblici. Si riferiscono davvero a dei morti? Per quanto riguarda il libro di Daniele, è lo stile del capitolo che ci dà informazioni in questo senso. Infatti tutto il finale del capitolo segue uno schema fisso, quello del “benedite…il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli”. Il soggetto è, di volta in volta, espresso in vocativo senza mai riferimento a spiriti e anime. Ovvero, sono gli angeli, i servi, i sacerdoti ecc… che devono benedire il Signore, non le loro anime. Il fatto che questa precisazione si trovi solo per i giusti, vuole indicare che si tratta di persone che ormai sono solo “spiriti e anime”. Senza che, però, questo pregiudichi l'attenzione anche per i resti mortali. Se la ragione non dovesse bastare, c'è un precedente biblico anche per questo: all'uscita del popolo di Israele dall'Egitto, Mosè si ricordò di prendere anche le ossa di Giuseppe (Esodo 13, 19)


I santi dell’Apocalisse


Ancora più chiaro lo status dei santi di cui parla l’Apocalisse. Infatti, si legge nel capitolo immediatamente precedente che:

«Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”. Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.» (Ap 7, 13-15)

Si tratta chiaramente dei martiri, di coloro che – come abbiamo visto nel post sulle origini storiche del culto dei santi – erano chiamati, per l’appunto, santi dalle prime comunità cristiane. E i martiri, è ovvio, sono morti. L’Apocalisse, dunque, non ci parla di un “limbo” in cui ci sono dei santi persi nella contemplazione di Dio e che quindi non devono essere “disturbati”. No, abbiamo dei santi che prestano servizio come gli angeli. E come gli angeli si occupano di quello che interessa a Dio: l’umanità. E quindi pregano e le loro preghiere salgono “davanti a Dio”. Tanto che l’Apocalisse, facendo ancora un salto indietro, ci presenta anche una di queste preghiere nel sesto capitolo:

«Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa.
E gridarono a gran voce:
“Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?”.
Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.» (Ap 6, 9-11)



L'analogia tra i santi in cielo e gli angeli, in realtà, la troviamo anche nel Vangelo:

 E Gesù rispose loro: «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. 30 Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. 31 Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 32 Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi». 33 Udendo ciò, la folla era sbalordita per la sua dottrina (Mat 22, 29-33)


Chi viene giudicato degno della vita eterna, quindi, diventa come un angelo. Per risurrezione qui si intende semplicemente la vita dopo la morte che i sadducei negavano; infatti Gesù chiarisce che Abramo e gli altri patriarchi erano già vivi e non certo che torneranno in vita solo col Giudizio Universale. Ora, chi sono gli angeli? Li si può definire con le stesse parole di Ap 7, 13-15. E la Scrittura ci informa che gli angeli sono di conforto all'umanità e ne vedono gli accadimenti per ammirare l'opera della salvezza divina (1 Pietro 1, 12; 1 Cor 4, 9). La Scrittura ci presenta così degli abitanti celesti molto interessati alle vicende terrene, tutto il contrario di quello che molti credono pur dicendo di basarsi sulla Scrittura. E cade ovviamente l'argomentazione portante di una certa teologia protestante che rifiuta la comunione dei santi in quanto questi ultimi non sarebbero in grado di vedere nulla nè di ascoltare le preghiere loro rivolte. Perchè altrimenti sarebbero onniscienti come Dio. E' chiaro invece che gli angeli possono fare queste cose pur restando delle creature non onniscienti. Come i santi, semplicemente vivono in stretta comunione con Dio ed essendo creature spirituali non hanno più i limiti di quelle ancora mortali. 


I morti nella Tradizione


Molti vanno dicendo che pratiche come quelle di far dire messe per i morti, siano figlie della dottrina del Purgatorio che effettivamente fu consapevolmente elaborata , dal punto di vista teologico, nel Medioevo. Niente di più falso. Se guardiamo a Padri della Chiesa del calibro di sant’Agostino, sant’Ambrogio e del meno noto san Paolino di Nola, ci accorgiamo che già nei primi secoli del Cristianesimo quel rapporto dinamico morti-vivi, del resto teorizzato dalla Bibbia, era del tutto accettato e praticato. Infatti, come approfondito in un altro post , furono le sopra dette figure (spesso citate dagli stessi protestanti) a incoraggiare il culto dei santi. Certo, non mancavano abusi e polemiche ma nessuno si sognava di accostare la comunione dei santi all’evocazione dei morti. In particolare, è interessante soffermarsi su un breve scritto di Agostino intitolato sulla  “Sulla cura dovuta ai morti” che è interamente consultabile online. Si tratta di una risposta sollecitata dall’amico Paolino di Nola sull’utilità della pratica – sempre più diffusa – di farsi seppellire vicino ai martiri. Quello che a noi interessa qui sono le riflessioni che il quesito induce in Agostino. Prima di entrare nel merito, infatti, il grande pensatore afferma l’utilità delle preghiere per i defunti:

Nei libri dei Maccabei si legge che venne offerto un sacrificio per i defunti 2. Ma anche se in nessun luogo delle antiche Scritture si leggesse qualcosa di simile, non poca cosa sarebbe l’autorità della Chiesa universale che si manifesta in questa usanza quando, tra le preghiere che dal sacerdote vengono innalzate al Signore nostro Dio davanti al suo altare, c’è un posto preminente la preghiera per i defunti (1. 3)


Qui Agostino, oltre a dirci che già ai suoi tempi le preghiere per i morti erano pratica comune, ci informa anche che si tratta di una tradizione antica. E che a prescindere dalla Scrittura, ci si può prestare fede per l’autorità della Chiesa. Come se non bastasse, continuando a leggere si trova scritto che la sepoltura nei pressi dei santuari ha una qualche utilità se intesa nel modo giusto.

Verso la fine dello scritto, sant’Agostino si interroga anche sul problema di base: il rapporto fra i vivi e i morti. In particolare, confronta l’intervento dei morti con quella che definisce una sua opinione personale: che i defunti non possano conoscere le vicende terrestri (13. 16). Opinione che sembra basata su una considerazione particolare: in sostanza se sua madre morta potesse vedere costantemente la vita del figlio, non avrebbe pace. Opinione personale che però in alcun modo giunge alla negazione della dinamicità del rapporto vivi-morti. Infatti, nei punti successivi, l’autore suppone che ai morti sia fatto conoscere quello che loro interessa per vie traverse, tramite gli angeli oppure dalle notizie in possesso di altri defunti. Il tutto per arrivare al punto decisivo:  i morti non possono fare niente (nè vedere nè intervenire), ma lo possono se Dio lo vuole (16. 9). E, ovviamente, a Dio tutto è possibile. 

Una testimonianza ancora più antica di queste, e per questo legata ai martiri, è quella che si trova nel Martirio di san Policarpo. Si tratta della passio di questo discepolo di san Giovanni apostolo, morto nel 155. In questo scritto, appare evidente che la figura di Policarpo diventa subito oggetto di venerazione come santo di Dio. Senza che questo ponga minimamente Cristo in secondo piano:

 Per la santità di vita era venerato prima del martirio...(XIII, 1)

Ma l'invidioso, maligno e perverso, il tentatore della razza dei giusti vide la grandezza del suo martirio e [...] si adoperò perché il corpo di lui non fosse preso da noi, benché molti desiderassero di farlo, per possedere la sua santa carne. 2. Suggerì a Niceta, il padre di Erode, fratello di Alce, di andare dal governatore perché non consegnasse le spoglie. Lasciando da parte il crocifisso - egli disse - incominceranno a venerare lui. Avevano detto questo per le istigazioni e le insistenze dei giudei, che ci sorvegliavano se noi volessimo prenderlo dal rogo. Erano ignari che non potremo mai abbandonare Cristo che ha sofferto da innocente per i peccatori, per la salvezza di quelli che sono salvi in tutto il mondo, e adorare un altro. 3Noi veneriamo lui che è Figlio di Dio, e degnamente onoriamo i martiri come discepoli e imitatori del Signore per l’amore immenso al loro re e maestro. Potessimo anche noi divenire loro compagni e condiscepoli!...(XVII, 3)


Dove onorare il santo significa proteggerne i resti mortali (destinati chiaramente a diventare reliquie) e celebrarne il dies natalis:

1. Il centurione, avendo visto la contesa dei giudei, poste nel mezzo le spoglie le fece bruciare, come era d’uso. 2. Così noi più tardi, raccogliendo le sue ossa, più preziose delle gemme di gran costo e più stimate dell’oro, le ponemmo in un luogo più conveniente. 3. Appena possibile, ivi riunendoci nella serenità e nella gioia, il Signore ci concederà di celebrare il giorno natalizio del martire, per il ricordo di quelli che hanno combattuto prima e ad esercizio e coraggio di quelli che combatteranno (XVIII)

Conclusioni


La Bibbia dunque ci mostra dei morti che pregano Dio, e pregano per la terra. In sostanza, se davvero nel Cristianesimo delle origini (di cui, purtroppo, molto spesso si favoleggia) ci fosse stato questo orrore sacro per qualsiasi cosa che avesse a che fare coi morti, molto difficilmente si troverebbero nella Bibbia antichi profeti che scendono sulla Terra per conversare o santi che pregano davanti al trono di Dio. Del resto la comunione dei santi si trova già nel simbolo apostolico, una comunione che neanche la morte (ormai sconfitta da Cristo) può spezzare. Per questo Paolo fa notare che

«Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione… » (Eb 12, 22-23)

Cioè entrare nella Chiesa, vuol dire entrare in una comunione anche con gli “spiriti dei giusti portati alla perfezione”. Una Chiesa che non è una sorta di società a tempo determinato, un mero club umano. Bensì una realtà eterna con componenti diverse ma strettamente collegate. Del resto, come abbiamo visto nel post sopra citato, una delle più appariscenti innovazioni del Cristianesimo fu proprio l’instaurarsi di un nuovo, e più dinamico, rapporto tra i vivi e i morti.

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