martedì 27 luglio 2010

L’insopportabile fanatismo del povero Saramago

di Giorgio Israel

Fortunato chi, avendo vissuto buona parte della vita nel Novecento, è riuscito a non farsi contagiare neppure un po’ dalla malattia del totalitarismo. Quantomeno quel che importa è aver appreso la lezione il cui nucleo più importante è evitare il radicalismo, la tendenza a vedere il mondo in bianco e nero, a pensare che la ragione stia tutta da una parte sola e, di conseguenza, a rendersi disponibile ad arruolarsi in qualche esercito votato alla distruzione del “nemico”. I fanatismi del Novecento ci hanno indicato la necessità di praticare la virtù della tolleranza e dell’uso della ragione e a diffidare di ogni forma di estremismo, non soltanto di quelle dei classici totalitarismi – comunismo, nazifascismo – ma di qualsiasi estremismo: anche un liberismo fanatico può essere pericoloso. Tolleranza e ricerca delle sfumature quindi, ma proprio per questo non si può non essere severi e intransigenti nei confronti di coloro che non hanno appreso la lezione e che insistono a voler avvelenare il mondo con il loro fanatismo.
Questa premessa per dire che il premio Nobel recentemente defunto, José Saramago, rappresenta il modello di questo impenitente fanatismo ed evoca in me l’immagine di quei neonazisti che coltivano la memoria del Reich raccogliendone i cimeli in casa. Chi è stato comunista o fascista può avere delle ragioni da accampare per la propria scelta ed è giusto cercare di comprenderle razionalmente, ma quel che è insopportabile è che continui a difendere l’indifendibile. Qualcuno si aspetterà che detesti Saramago per le sue posizioni contro Israele e gli ebrei, ma dirò piuttosto che è la rivendicazione ostinata e assolutamente acritica del comunismo che trovo disgustosa.
Egli raccontò di aver letto una frase di Marx ed Engels nella “Sacra Famiglia” che fu per lui come la via di Damasco, quel che lo spinse a credere che soltanto il comunismo avrebbe potuto soddisfare i suoi aneliti di giustizia. La frase era: «Se l’uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente». Fin qui nulla da dire. Possiamo accogliere questa come una descrizione delle motivazioni che hanno condotto tante persone in buona fede nel seno del comunismo.
Ma molti anni dopo, di fronte a un Bernard Pivot che voleva sapere perché continuasse a essere comunista dopo gli errori, i disastri e i crimini del sistema sovietico, rispose di essere un comunista «ormonale» e che il suo rifiuto di rinnegare il comunismo era un «non possumus» biblico. «Ho osato scrivere che il socialismo – e a maggior ragione il comunismo – è uno stato dello spirito. Continuo a pensarlo. E la realtà si incarica giorno dopo giorno di darmi ragione».
Lasciando da parte questa ridicola manifestazione di vanità, ci si chiede quale senso morale animi chi, alla memoria di milioni di morti trucidati in nome di un principio di igiene sociale, opponga un gelido «non possumus». In questa sordità morale c’è tutta la ferocia dell’ideologia stalinista. E qual è la coerenza tra il «non possumus» e la luce che illuminò Saramago sulla via della sua Damasco? Forse il gulag fu un modo di «formare le circostanze umanamente»?
Come stupirsi allora che una persona di un simile livello intellettuale e morale abbia detto che Gaza è peggio di Auschwitz (da cui, come è noto, gli ebrei lanciavano razzi sulle città tedesche); e che gli ebrei «hanno superato i maestri» e non meritano più «comprensione per le sofferenze patite durante l’Olocausto»? Come stupirsi che abbia detto che «Geova, o Jahvé, o comunque si chiami, è un dio astioso e feroce che gli israeliani mantengono permanentemente aggiornato»? È lui ad aver superato il maestro: persino Stalin riuscì ad essere antisemita senza ricorrere all’arsenale dell’antigiudaismo religioso.


(Tempi, 7 luglio 2010)