sabato 1 agosto 2009

Dove finiscono i feti abortiti?


tratto da Sorga Dio nei nostri cuori

Qualche anno fa aveva fatto scalpore l'articolo del quotidiano britannico The Guardian in cui si denunciava l'uso di feti cinesi nell'industria cosmetica. Oggi, per chi non ne fosse a conoscenza, vi propongo qualche altro utilizzo.

Tratto dall'interessantissimo articolo "Breve storia dell'aborto nel mondo" di Francesco Agnoli che potete trovare nel sito del Centro Culturale San Giorgio.


http://www.centrosangiorgio.com/aborto/articoli/pagine_articoli/breve_storia_aborto_nel_mondo.htm

[...]I resti dei bimbi uccisi con l'aborto subiscono le fini più assurde. B

uttati nelle immondizie, nel lavandino tritatutto, scaricati nel Tevere a Roma 26, utilizzati per la cosmesi e per gli scopi più impensabili…

Il Corriere della Sera, del 31 marzo e del 1º aprile 1994, racconta che l'Istituto Cosmetico Merieux di Lione, in Francia, «lavora» diciassette tonnellate di materiale umano ogni giorno, di cui una tonnellata viene importata dalla Russia.

Avvenire, del 5 maggio 1995, invece riferisce che i dottori degli ospedali della metropoli cinese di Shenzhen vendono i feti o se ne nutrono per garantirsi un corpo più forte e più bello.

Vi sono associazioni che si battono per dare ai bimbi abortiti una degna sepoltura, ma questa iniziativa è solitamente ostacolata in ogni modo. Il sito degli atei (uaar.it), sotto il titolo «Per la laicità dello Stato», idolo ateo a cui si sacrifica ogni vero valore, e «Il pericoloso estremismo cattolico antiabortista», segnala, ad esempio, che il movimento aquilano Armata Bianca, guidato da Padre Andrea D'Ascanio, con una «scena folkloristica» ha osato erigere nel cimitero della città un monumento ai «bambini mai nati», e che lo stesso movimento organizza a Novara «un macabro funerale di feti, ogni fine mese».
Macabro sarebbe dunque il funerale, non l'uccisione!

Eppure, su uno dei giornali più schiettamente abortisti 27, l'inviato nella cittadina piemontese, Maurizio Crosetti, descrivendo uno di questi «macabri funerali», fà notare come le creature «che qualcuno chiama “bimbi”, qualcun altro “rifiuti speciali ospedalieri”, oppure “residui di sala operatoria”, o ancora “prodotti abortivi”», a Novara, invece di finire nei soliti «sacchetti di plastica o nei secchi dove radunano gli embrioni», hanno «piccole bare di dieci centimetri che un artigiano dell'Aquila prepara per questi funerali senza nome e senza memoria».[...]

Altre notizie sul traffico dei feti in ordine cronologico

1977. Uno dei maggiori quotidiani giapponesi lancia una denuncia sconvolgente: la Corea del Sud in questi ultimi sei anni ha esportato negli Stati Uniti quattromila feti all'anno. Il traffico passa attraverso il Giappone. Partiti da Seul, i feti sono stati usati nei laboratori dell'esercito americano per esperimenti in ordine alla guerra batteriologica. Ogni feto costava 25 dollari. Provenivano dagli ospedali coreani dove viene praticato l'aborto. Ma anche la Svezia, oltre agli Stati Uniti, è un cliente privilegiato di Seul per tale commercio.

Marzo 1981. La dogana francese ferma un camion-frigorifero che proviene dalla Svizzera. Gli addetti alla dogana verificano il carico, incuriositi dalle alte tariffe pagate dagli acquirenti dei Paesi esportatori, aprendo i contenitori li trovano stipati di feti umani. Provenivano dall'Ungheria e Jugoslavia ed erano diretti ad istituti di bellezza dell'Ovest.

Inizio 1982. Scoppia in California lo scandalo del container di metallo prima affittato e poi acquistato da certo Mel Weisberg, direttore di una clinica. La ditta proprietaria del container, non avendo ricevuto il pagamento, decide di inviare i suoi impiegati perchè lo ritirino. Era un venerdì, e il container viene trovato abbandonato presso i vecchi locali dove un tempo sorgeva la clinica del dr. Weisberg. Gli impiegati aprono il container e lo trovano colmo di 500 feti immersi nella formaldeide. Ogni feto, a sua volta, era chiuso in un sacchetto di plastica che l'aveva fornito e la data della consegna. Del dr. Weisberg nessuna traccia. La clinica si era trasferita alla fine della primavera dell'anno precedente e del suo direttore non si era saputo più nulla.

Un fotografo dilettante scattò un rullino e tre foto vennero pubblicate dal <> del 1° settembre 1984. Vi si possono vedere una donna e quattro uomini, di cui uno di colore, che stanno trasferendo i feti in sacchi di plastica. Un'altra foto mostra al lavoro il dr. Joseph Wood, mentre procede all'autopsia di alcuni feti che avevano raggiunto, al momento dell'aborto, il sesto e il settimo mese di vita. Scoppiò una polemica. E lo stesso Ronald Reagan vi intervenne di persona precisando: <>.

In Tailandia i bambini e i feti umani morti si possono comprare da 50$ a 70$, si possono comprare anche negli ospedali...


Zuppa di feti? In Cina è possibile.

di Maurizio Blondet 29/03/2006

Due giorni dopo le affermazioni del premier il governo cinese reagisce: Siamo contrariati da queste affermazioni infondate, si legge in un comunicato del ministero degli Esteri cinese.In Cina bollivano i bambini, ha detto Berlusconi.
Apriti cielo.
La Repubblica interroga l'esperto: Giorgio Mantici, che insegna storia della Cina all'Orientale di Napoli.
L'esperto, debitamente, si indigna: è incommentabile. Mi sento a disagio come cittadino e come specialista; qui, se c'è un crimine, è l'ignoranza.
Durante la Rivoluzione Culturale, ammette, è possibile che qualche folle abbia mangiato un essere umano ma non era un dettame del partito comunista.
Ah beh, allora è tutto a posto.
Ma che esperto è?
Perché in Cina i bambini li mangiano eccome.
E non solo durante la Rivoluzione Culturale, dove la carestia prodotta dal miracolo comunista poteva giustificare atti estremi.
Uguali, del resto, a quelli che avvennero in Ucraina negli anni '30: quando la persecuzione dei coltivatori diretti (kulaki) ordinata da Stalin port alla fame nera, e vi furono casi di genitori che mangiarono i figli morti.

E' questa l'origine storica della frase i comunisti mangiano i bambini: non loro, ma le loro vittime disperate.
Ma in Cina, c'è il fondato sospetto che i bambini li mangino anche oggi.
In pieno capital-comunismo.
Lo rivelava, nell'aprile 1995, un'inchiesta del britannico Telegraph condotta nella provincia di Shenzen.
Per controllare se erano vere le voci, un reporter cinese di Hong Kong buss all'ospedale di maternità dello Shenzen e chiese ad una dottoressa se poteva avere un feto da mangiare.
Il giorno dopo, la dottoressa gli consegnava un flaconcino pieno di feti della grandezza di un pollice.
Ce ne sono dieci qui dentro, tutti abortiti stamattina, disse la dottoressa.
Freschi freschi.
E quanto costano?
Pu prenderli gratis. Siamo un ospedale di Stato, non facciamo pagare. Di solito noi medici li portiamo a casa per mangiarli. Lei non ha l'aria di stare molto bene, perci li mangi.

Perché in quelle zone cinesi c'è la convinzione che i feti siano ricostituenti.
Lo stesso giornalista del Telegraph intervist una dottoressa della clinica Luo Hu nello Shenzen, tale Zou Qin, che ammise senza esitare di aver mangiato un centinaio di feti nei sei mesi precedenti.
Sono nutrienti, fanno bene alla pelle ed ai reni.
Aggiunse che era un peccato sprecarli.
La fornitura di questo cibo è abbondante: nello Shenzen si fanno almeno 7 mila aborti forzati l'anno, milioni in tutta la Cina.
Sicchè nel privato, un feto da consumare costa meno di due euro.
Il dottor Warren Lee, della Hong Kong Nutrition Association, conferma: Mangiare i feti è una tradizione della medicina cinese, profondamente inserita nel folklore.
In Cina si vendono e consumano comunemente le placente umane, anch'esse ritenute curative: c'è un attivo contrabbando attorno agli ospedali, ogni placenta costa sui 2-3 euro.

Naturalmente, il consumo di feti non è un dettame del partito.
Il dettame del partito è semplicemente che donne che abbiano avuto già un figlio siano forzate ad abortire, anche al nono mese.
Ci produce una certa abbondanza di questi ricostituenti, che poi gli ospedali cinesi contrabbandano.
Come del resto reni, bulbi oculari, pelle e polmoni dei condannati a morte giustiziati: un grandissimo business della nuova Cina.
Ma non per dettame del partito, si capisce.
Il Telegraph parl con un altro dottore dello Shenzen, Cao Shilin, che neg il commercio.
I feti abortiti, disse, li mandiamo alle fabbriche che li usano per produrre medicinali.

Ovviamente, in fabbrica, la lavorazione del prodotto comincia con una bollitura per estrarne le sostanze ritenute curative.
Come si bolle la pelle dei giustiziati per estrarne collagene, che le signore bene occidentali poi si fanno iniettare dal chirurgo plastico per ingrossarsi le labbra ed attenuare le rughe.
La Cina fornisce collagene a prezzi stracciati.
Eh sì, Berlusconi ha ragione.
Anzi più di quanto creda.
Forse Repubblica dovrebbe cambiare esperto.
E il cosiddetto esperto dovrebbe farsi un giro sul sito laogai.org - il sito che denuncia le atrocità del business concentrazionario cinese - e cercare alla voce foetus: vedrà un buon numero di proteste ed accuse di Amnesty International al proposito.
Così, magari, avrà un vero motivo per indignarsi.
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